Le domande della domenica

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Che senso ha continuare a parlare di letteratura commerciale (o d’intrattenimento o paraletteratura o libroidi o altro vezzo classificatorio) contrapposta alla letteratura alta (destinata a palati fini, frutto di una vocazione/missione o urgenza espressiva o altra abusata formuletta), quando quasi nessun tipo di letteratura è più commerciale? Alta, bassa, media che sia?

Come ulteriore spargimento di sale sulle macerie, che senso ha parlare ancora di letteratura “alta” quando dalle mie parti il 99% delle persone socialmente riconosciute come “intellettuali“, se stimolate con un autore contemporaneo (foss’anche di quarant’anni fa), risponde invariabilmente “leggo solo classici“?

Infine, che senso ha parlare di libri con un intellettuale di provincia (e non solo, in alcuni casi) se il 99,99% degli intellettuali di cui sopra è realmente, e dico realmente, convinto che un secolo fa (o altra età dell’oro a scelta) gli scrittori scrivessero “meglio” di adesso? Che poi… scrivere “meglio”… non vuol dire un cappero.

Piccole distopie di tutti i giorni

gipi-la-terra-dei-figli“Sulle cause e i motivi che portarono alla fine si sarebbero potuti scrivere interi capitoli nei libri di storia. Ma dopo la fine nessun libro venne scritto più”, così la quarta di copertina di La terra dei figli, il nuovo fumetto di Gipi. Una cupa avventura post-apocalittica che ha per protagonisti due ragazzini la cui casa è una catapecchia galleggiante. Attorno a loro il nulla o quasi. La natura sta morendo; il cibo scarseggia e quel poco che si trova spesso è tossico; la società non esiste più; i superstiti sono diventati feroci barbari, analfabeti e boccaloni, che credono nel “Dio Fiko” e si esprimono attraverso una neolingua piovuta sulla terra dopo la dissoluzione dei social network. Per sopravvivere nell’inferno in cui si è trasformato il mondo, i due ragazzi sono stati cresciuti con estrema durezza. L’unica possibilità per assicurarsi la sopravvivenza è disumanizzarsi sempre più, rendersi simili a cose, a mostri, nessuno spazio può esser lasciato agli affetti. Ma allora perché tutto quell’interesse per le pagine del diario paterno, dato che i ragazzi non sanno leggere? Perché tutto quell’affanno per aiutare una sconosciuta incontrata per caso, se l’amore e la tenerezza sono stati banditi?
La terra dei figli è un romanzo di formazione che parla di un futuro troppo tremendo e grottesco perché possa accadere davvero, ma che forse sta accadendo davvero nell’universo parallelo a pochi chilometri da noi, in periferia, o in una nazione lontana, devastata dalla guerra e dalla miseria.

anteprima-mondiale_copeertina.jpegQuelli che consigliano non solo di leggere ma anche e soprattutto di rileggere, la sera dormono tranquilli? Siamo sicuri che la rilettura sia un’arte così nobile? Non è meglio una dolce ignoranza a una crudele verità? Perché dovremmo andare a rileggerli, i classici, per poi scoprire di esserci esaltati e innamorati grazie alle ripetitive parole di un tizio che violava lo show don’t tell a ogni piè sospinto ed era incapace di raccontare una storia senza anticiparti come sarebbe andata finire, più o meno come il figlio cinquenne del mio vicino di casa? Non è meglio preservare il ricordo del capolavoro e vivere felici? Prendiamo per esempio Woobinda di Aldo Nove. C’è poco da dire, per lo meno per la mia generazione quello è un classico. Poche storie. Un libro “niente sarà più come prima”. Che ci ha turbati e allo stesso tempo ispirati. Come una ventata d’aria fresca per le patrie lettere, ma procurata tramite uno squarcio. E allora perché rileggerlo? Perché andare a scuncicare il ricordo del tempo che fu, quando ancora ce la facevamo a reggere l’alcol e a ciondolare in giro senza costrutto fino alle tre di notte? Leggiamoci piuttosto il seguito di Woobinda, cioè Anteprima mondiale, pubblicato poco tempo fa da La nave di Teseo, un libro nel quale in copertina campeggia la frase azzanna entusiasmi “il seguito del romanzo di culto che ha segnato una generazione”. Eccola insomma la verità del nostro tempo, o una sua adeguata rappresentazione, qualcosa che Aldo Nove aveva magistralmente raccontato già vent’anni fa: viviamo una piccola distopia, nella quale gli editori si spaventano di usare la parola “racconti”, i lettori scappano quando leggono la parola “racconti” e in cui Aldo Nove ha scritto la vita di san Francesco. Se vi state chiedendo “costui mena il can per l’aia”, avete ragione, se state pensando che sono confuso, avete ragione due volte, ma se invece volete sapere com’è ‘sto benedetto libro di cui vado cianciando, ebbene, da me non saprete altro. Amo troppo quell’incredibile capolavoro di Woobinda per pensare a un confronto. Farò come Fantozzi quando gli chiesero com’è finita la battaglia di Maratona: “Abbiamo pareggiato!”

NOTA: questo post è stato precedentemente pubblicato sulla meravigliosa fanza letteraria Senzaudio. Cosa? non conosci Senzaudio? Be’ tanto per cominciare puoi colmare la lacuna dando un occhio a Teorie e tecniche di indipendenza, l’antologia di racconti di Senzaudio.

666 popolo sovrano!

ranx

666 POPOLO SOVRANO.
Venti minuti dal barbiere per farsi la barba e…
‘Sti “niuri” ce la devono finire che vogliono le case (!?), le case prima a noi poi a loro.
Cristiano Ronaldo ghei.
Lectio magistralis su terremoti, crolli e costruzioni.
Conto: venti euro.

Tanto oggi scrivono tutti

cannolo-siciliano

Scena: incontro letterario con la prestigiosa autrice di bestseller internazionali Pironetta Caproni Stygma. Subito dopo l’evento mi presentano alla preziosa contro la mia volontà e nonostante i miei gesti assai vistosi una persona riferisce alla somma Pironetta Caproni che ho scritto alcuni romanzi. Pironetta fa una faccia allo stesso tempo composta e sdegnata, fessurizza gli occhi e sibila davanti a tutti sputando veleno: “Tanto oggi scrivono tutti”.
E proprio come nei film di Fantozzi non dà la mano.

Peccato che nemmeno sei mesi prima l’avevamo vista introdurre al bel mondo un suo compare, un anziano professionista autore di un libro di m. probabilmente pubblicato a pagamento con qualche finto editore strapaesano, un romanzo storico autobiografico amoroso esistenzialista incagabile anche da un santo preso molto bene e intitolato qualcosa tipo I sogni sognati o L’ultimo sogno o Il destino del sogno d’amore o altra invereconda minchiata.

Morale della favola: è vero che tutti scrivono, ma a quanto pare per qualcuno il concetto si applica solo per il misero commesso della libreria. Perché gli altri, no, gli altri se sono miei amici possono farlo.