Io non ci volevo venire qui – un assaggio

 Per la serie “E ora qualcosa di completamente diverso”, ecco a voi un capitolo di:

Io non ci volevo venire qui – breve manuale di autodistruzione per il conseguimento della felicità.

Romanzo comico/manuale di sopravvivenza di Angelo Orlando Meloni, pubblicato da Del Vecchio Editore.


Young lust, extended mix.

Siamo circondati da amici. La nostra vita è una fioritura di amicizie. Alcune sono amicizie professionali, altre sono amicizie d’infanzia, altre ancora sono roba di una sera, una discussione e via. La nostra vita è marchiata dalla parola “amicizia” e se pensiamo di poterne fare a meno ci sentiamo perduti. Possiamo perdere il nostro grande amore, ma non un amico a cui chiedere un consiglio sulla fine del nostro grande amore.
Intere civiltà sono crollate per molto meno.
Eppure ogni tanto sei colto da dubbi disumani. “Amici e guardati”, diceva la regina Himica, e guardi gli amici: sono la tua seconda famiglia e non la cambieresti per nulla al mondo. I tuoi inseparabili, meravigliosi amici, quelle persone in salute che lavorano tutto il giorno, che fanno carriera o che sbarcano il lunario ma hanno comunque una casa, una macchina, un’assicurazione. E ti sembrano felici.
Sono felici.
Dovrebbero esserlo, dannazione.
Tu vuoi loro bene, e loro ne vogliono a te. Come si dice, corrispondenza biunivoca. Ma a volte la ruota gira e vieni colto da inquietudine galoppante; e vedi un sacco di gente che si farebbe segare una chiappa pur di pubblicare. Creare. Musicare. Qualsiasi cosa per la gloria. Tutti quei myspace, se no, cosa ci starebbero a fare? Calcoli che a occhio e croce il 75% degli avvocati praticanti che conosci, e ne conosci, incide demotape di genere cantautorale intimista stile Elliott Smith o ha una passionaccia per l’arte ultracontemporanea. La cosa ti colpisce come mai prima e ravviva le cicatrici sui tuoi polpastrelli. Tu sei uno di loro. Siamo tutti così. Porca vacca, George Romero aveva ragione.
Umpf.
Metti di lato sensi di colpa e vergogna e ordini una birra scaccia-stress, ma lo sguardo compassionevole del giovane barman – in quel posto alla moda dove ti sei ficcato sono soliti servire cocktail alla frutta – fa suonare un campanello. Giureresti di averlo vista il giorno prima, all’inaugurazione di una mostra, disteso su di un lettone mentre faceva finta di dormire o dormiva davvero per eccesso di zelo.

“Un delicato poetare-delirare che si unisce ad un’attenzione alla realtà sociale e ai sistemi di produzione del potere economico e del senso della vita”. Recitava il catalogo della mostra, già finito sul tavolo del tuo soggiorno, non si sa mai dovessi avere a cena un architetto milanese. “Seppur orientata verso un materialismo organico, l’opera denota un forte interesse per la metafisica dello spazio-tempo di cui l’arte si ciba, una rimasticatura di senso che diventa senso ulteriore, nuovo orizzonte critico. Un intimo appoggio per un presente post vitam che porta fin quasi alla rottura il concetto di autorefenzialità, un viaggio percorso da una logica strisciante che rimane inaccessibile agli osservatori”. E sei passato avanti a passo felpato, per non svegliare “l’opera”, sbigottito che non ci stessi capendo niente perché quello era l’obiettivo degli artisti.
Wow.

Ma se l’arte è l’arte, la birra è la birra, e riesce a confondere le idee più di una mostra di Damien Hirst alla Royal Academy. L’alfabetizzazione di massa ha fatto sì che le città rigurgitino moltitudini di aspiranti artisti invece che di geni della matematica, e che dietro barman rispettabili si celino Piero Manzoni in erba. Una situazione sconsolante, forse, ma ormai ci siamo dentro fino al collo, e a nulla vale farsi un bicchiere in una fighetteria, un tempo territorio sicuro, prima che cadessero le barriere ideologiche. Certo, costa un po’ di più del tuo amato pub, però il sovrapprezzo dovrebbe coprire il servizio, in un posto del genere difficilmente qualcuno esaminerà la tua conoscenza del cinema vietnamita o ti appiopperà un nastro di noise-jazz; speri inopinatamente ottimista. Ma la birra, si sa, è sinonimo di abbondanza, e lo sguardo dell’artista-barista è una sfida ai cocktail fluo da dodici euro che mai berrai. Alla terza o quarta pinta decidi di offrirne uno a una tizia vestita all’ultima moda, con le scarpe a punta. Di quelle ultrasingle che escono solo con le amiche e viaggiano verso i trentacinque. Che non ti parlerà mai di Ian McEwan.
E la tizia ci sta, capita anche questo.
Ovvio, ti dici, chi vuoi che se lo fili questo scorfano? Ma quando ti chiede se vuoi andare con lei a casa di un tale chiamato Igor Bio, rispondi tutto ringalluzzito “perché no” e pensi “bingo”.
E la ruota gira. Il mondo è bello. Ti convinci che la tua amica sia una di quelle tipe zero bellezza ma tutta sex appeal.

Un quarto d’ora dopo entrate in una villetta a due piani. Saluti e ti accomodi, cerchi di metterti a tuo agio, ma un tizio ti passa una birra calda e senti un tremito nella Forza. Dopo nemmeno venti minuti la tua amica comincia a somigliare in maniera inquietante a Ronaldinho, e l’omino delle birre accende uno schermo ultrapiatto. Com’è come non è, sei obbligato alla visione di sei cortometraggi autoprodotti.
Dovevi immaginarlo.
È una via crucis a base di birre calde, silenzi e sigarette. L’ultimo corto si intitola Pensieri perduti, e parla dello spaesamento sociale nella contemporaneità o della perdita dell’io nella società tecnologica.
La festa è un bluff architettato da questo Igor Bio.
Figlio di un chirurgo di fama europea, Igor si chiama in realtà Biagio Patané e ha studiato recitazione all’istituto nazionale del dramma antico e regia a New York. Il giovanotto è riuscito a confezionare un lungo curriculum, rimpinzandolo di esperienze ai limiti della schiavitù sessuale e dello scherzo surreale. Una serie di insuccessi e di fatiche sprecate che raggiungono il loro grottesco acme in occasione di alcuni concorsi e festival di piazza a cui ha partecipato grazie alle entrature paterne. Curriculum che fa bella mostra di sé su di una parete, accanto a una lettera nella quale un produttore scrive di suo pugno che ha trovato “pieno di energia” l’ultimo copione di Igor.
Altri si sarebbero sparati nelle palle. Igor ha appeso la lettera in salotto.

Ecco un caritatevole estratto del curriculum:

Titolo di studi: Laurea in Regia, all’istituto nazionale del dramma antico, e master in regia presso la Art & Cinema Show di New York.
Premi e riconoscimenti:
– Selezionato tra i semifinalisti per la borsa di studio Giovani Drammaturghi per Gianni Mazzuffo, G.D.G.M., 1993.
– Medaglia di bronzo al premio Laido Luna, 1994, con il dramma Pungimi se sbaglio.
– Decimo classificato al festival Dottor Xavier di Pergocrema, 1995, con l’atto unico Sogno o son scemo.
– Segnalato con riserva al Proof Project 1996 di Cusano Milanino, con il dramma Il sogno di Igor.
– Terzo tra i non classificati per il premio Scribacchino 1996, Bicocca, con la tragedia Asylus Apoliticus.
– Menzionato al concorso Riscrittura d’Oro Associazione Studio 54, 1997, Torre Annunziata, con la commedia Il congiuntivo che credeva di essere Dio.
Regie:
1999
Il sogno di Igor, di Igor Bio, con Marilù Minze, Nichelino Taglialegna, Tatiana Bobova, Teatro Tallaro in Trastevere, Roma.

E qui, all’alba del nuovo secolo, finisce la sua carriera.
Con un flop vertiginoso.
Sedici spettatori in cinque repliche. Neanche gli amici, a casa con il mal di stomaco tattico. Innumerevoli invece le scenate immotivate agli attori della compagnia e agli assistenti di scena. Incalcolabili le ore sprecate per questioni di principio. Penoso il ritorno sull’auto del babbo, in un silenzio soffocante, con la ripresa della messa in scena stretta in grembo. Video che – lo ignori – ammicca nella fila delle cassette da proiettare e che i seguaci più fidi potranno ammirare a fine serata, subito dopo Pensieri perduti. Privilegio, questo, riservato unicamente a una stretta cerchia di parenti e amici del regista durante la sera di Capodanno del 1999.

Questa la scena:

Nel salottino tutto pizzi e trine della mamma di Igor si sono dati appuntamento lo stesso Igor, la sua squinzia Cinzia, venticinquenne con un lavoro e una laurea ma misteriosamente innamorata di Igor; la vecchia zia Ciccina, la vecchissima zia Maria, la giovane cugina Anzia, che vorrebbe – anche lei – iscriversi all’accademia, il papà di Igor, cioè il professore Luigi Patané, e infine Carmelo Lo Cascio, avvocato praticante e scrittore fallito che ha appeso la macchina da scrivere al chiodo, ma non così presto da evitare di conoscere Igor ed essere invitato alle sue proiezioni. Onore che egli riserva solo a pochi, invidiati fedelissimi.
Alla parete c’è uno disegno della contessa Marta Marzotto seminuda, opera autografa del maestro Renato Guttuso, e il disegno della nobildonna man mano che la proiezione va avanti comincerà a rivestirsi per l’imbarazzo.
Al primo atto l’atmosfera è quasi goliardica. Igor non risparmia la solita battuta all’amico Lo Cascio, accusandolo con bonomia di “non avere le palle” per dedicarsi alla scrittura. La squinzia Cinzia sbatte le ciglia. Sua mamma è in brodo di giuggiole. Le zie pure. Il professor Patané ha i lucciconi agli occhi. La cugina Anzia aspira ossigeno ed espira poesia.
Alla fine del secondo atto l’aria si è fatta un tantino più moscia.
Marta Marzotto sta cercando le sue scarpe e non nasconde un certo nervosismo. L’amico Lo Cascio seppure provato mantiene l’aplomb e trattiene a forza gli sbadigli, ma nel farlo perde il controllo delle chiappe. Molla una puzza pepata dolce-amara che impregna i pizzi e risale lungo il divano fino al soffitto, per poi ricadere a pioggia sugli ospiti. Ma nonostante il tremendo fetore, la squinzia Cinzia sbatte ancora le ciglia, la mamma è in brodo di giuggiole, le zie pure, il professor Patané ha i lucciconi agli occhi. La cugina Anzia aspira ossigeno misto al metano di Lo Cascio ed espira poesia.
Alla fine del terzo atto l’atmosfera si è fatta tesa. Igor spegne il videoregistratore e accende la luce. Fa una faccia a trentadue denti, come se avesse conquistato il Messico, e la cosa più terrificante è che non vuole solo gli applausi, pretende pure il dibattito. Ma la contessa Marzotto, vestita di tutto punto e infuriata a dovere, sta aspettando un tassì ticchettando col tacco sulla cornice del quadro. L’amico Lo Cascio è stremato, dice che ha avuto una giornata di quelle, e aggiunge che lo spettacolo “è bellissimo”, scandendo le sillabe con sforzo visibile. Eppure la squinzia Cinzia sbatte ancora le ciglia. La mamma è in cucina. Le zie pure. Il professor Patané si è versato un amaro, conciliante. La cugina Anzia aspira ossigeno ed espira poesia.
Igor andrà a letto felice e tutti avranno evitato con cura di dirsi la verità.

Ecco perché Igor Bio continua a dichiararsi regista, l’attore e sceneggiatore. La sua faccia di scecco fa impressione, ma il mondo è pieno di fissati. La verità è che suo padre gli passa duemila euro al mese e la festa, i suoi ritrovi quasi quotidiani, sono una trappola per arruolare nuovi schiavi, tra i quali ti ha incluso a prima vista. Ha fiuto, lui, nello scovare nuove vittime. Sente che potrà coinvolgerti almeno in un paio di fallimenti prima che tu riesca a mandarlo a quel paese, e ciò basta per assicurarti il passi nel suo salotto.
Quelli come Igor hanno bisogno di adulatori. Non è nemmeno colpa loro, è come il sangue per i vampiri. Vogliono sentirsi dire: “Sei grande”. Solo questo conta. E siccome nonostante i 2000 euro continuano a vivere come poeti maledetti e come ospitalità sono fermi a rituali mutuati dagli Unni, individui del genere cominciano a raccogliere attorno a sé schiappe altrettanto patetiche. All’inizio si trastullano con le belline dell’alta società alla quale appartengono, ma sfioriti i vent’anni, e all’approssimarsi degli ‘anta, diventano democratici e passano alle mezze calzette.
I rivoluzionari da salotto.
Gli spassionati.
Gli stalentati.
Le matricole di scienze della comunicazione.
Gente in cerca di un Dio. Ma tu sei ateo, e appena le luci si accendono, mentre Igor afferra la cassetta, con un sol gesto ti metti la giacca e raggiungi la porta.
“Te ne vai già?”, fa la tipa.
“Assolutamente.”
Ed esci sperando che il vampiro non bussi mai alla tua porta.

Qua il booktrailer di Io non ci volevo venire qui.

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