E ho bevuto immediatamente (aperitivo creativo)

Al caffè libreria sushi bar in centro. Hai scelto un libro e sei soddisfatto. Il bancone ti attrae, vuoi goderti il momento, siedi e sfogli il tuo Manuale di scrittura cotta e mangiata. Riverberi di possibilità, lo senti, lo giureresti, lo urleresti nella pubblica piazza, quel tomo ti cambierà la vita o quanto meno darà una regolata al tuo uso indiscriminato degli avverbi.

Dunque, allora, per scrivere un perfetto romanzo occorre: buttare giù lo schema di una trama di ferro; svilupparla con uno stile fiammeggiante; contrappuntarla di dialoghi entusiasmanti.
Scorri mentalmente la classifica dei libri più venduti negli ultimi duecento anni, una vertigine ti assale e ordini un “Balsamo di Canaan”, 100 grammi di alcol denaturato, 200 grammi di birra vellutata, 100 grammi di lacca raffinata.

In stato confusionale continui a sfogliare il volume a caso. Dunque, allora, per scrivere un perfetto romanzo occorre: infarcirlo di personaggi credibili anche quando stanno combattendo con una medusa gigante che si sposta su di un carro trainato da stelle di mare cannibali; un’atmosfera fuori dall’ordinario ma in cui tutti si identifichino; evitare i finali consolatori perché sono buonisti, quelli apocalittici perché sono facili, quelli a “mezza botta” perché lasciano tutti scontenti. Semplice, no?
Come preso nel mezzo del maelstrom, ordini uno “Spirito di Ginevra”, 50 grammi di lillà bianco, 50 grammi di deodorante per i piedi, 200 grammi di birra di Ziguli, 150 grammi di lacca a spirito.

In stato confusionale avanzato continui a sfogliare il volume. Quindi, dicevamo, per scrivere un perfetto romanzo occorre: eliminare il superfluo, limare il limabile, puntare all’essenziale senza guardare in faccia nessuno; ma è altrettanto necessario vomitare sulla pagina tutto quanto, liberarsi su carta delle proprie ossessioni, mettere al bando gli antiemetici e darci sotto come un forsennato senza omettere un solo particolare. Serve una prosa fluente, barocca, viva e pulsante, concisa, asciugata e controllata.
Ordini una “Lacrima”, 15 grammi di lavanda, 15 grammi di verbena, 30 grammi di acqua di bosco, 150 grammi di lacca per unghie, 150 grammi di limonata.

In stato confusionale avanzatissimo sfogli qualche altro capitolo e scopri che un romanzo perfetto deve: contenere in sé interi universi, mondi dentro mondi che rincorrono altri mondi nascosti nelle pieghe delle calzette sporche del suo personaggio più insignificante; confondere il vero e mistificare pure il falso; propalare la menzogna e irridere il giusto con l’ingiusto, la decenza con l’indecenza, sostituire il bianco con il nero pur di soddisfare il principio del piacere; ma soprattutto un romanzo deve contenere un profondo insegnamento nascosto e precise, irrinunciabili verità esistenziali o critiche sociali volte all’annullamento dell’ingiustizia quanto meno dal tuo condominio, se proprio non è votato per sua intima struttura a cambiare il pianeta in meglio. E ordini un Quattro Inferni, una parte di Stock 84, una di Vecchia Romagna Etichetta Nera, una di Southern Comfort e una di Amaretto di Saronno.

A quel punto ti chiedi, ma solo per un momento, se le tue sensazioni in questa faccenda siano chiare, poi dai fuoco al manuale di scrittura cotta e mangiata e vedi una luce in fondo al bancone. Butti giù in un sorso solo il Quattro Inferni, recuperi due bacchette di legno dal piatto di pesce zombi che hai lasciato lì boccheggiante, e ti scagli con coraggio verso il reparto vampiri dell’enorme libreria in cui ti eri rifugiato a rifiatare durante la pausa pranzo.

“È un duro lavoro ma qualcuno deve pur farlo”.

[Nota: in una versiona ridotta, tutto ciò è stato pubblicato su Starbooks]

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