La dignità e l’azienda

«In Calabria c’è una grande azienda che produce cocaina la compra la vende la raffina se la tira e con i contanti compra case alberghi ristoranti pizzerie boutique saloni di bellezza fruttivendoli ovunque sia possibile Lo sappiamo tutti lo sanno i politici lo sanno i parrucchieri e le casalinghe lo sanno i Carabinieri e la Finanza Con i soldi della coca si fa la bella vita a Milano a Roma a Stoccarda e a Colonia si fanno studiare i figli e si cerca di emergere Tutto regolare mi sembra In questa azienda ogni tanto qualcuno sbaglia e viene eliminato […] così è stato a Duisburg di cosa vi meravigliate? Di cosa vi scandalizzate? È così che vanno gli affari e questi sono affari veri».

Così scrive Peppe Voltarelli, cantautore, voce del gruppo Il parto delle nuvole pesanti, e scrittore con Non finito calabrese, una raccolta di brevi scritti, mini-racconti, versi, appunti di viaggio, pubblicato da Del Vecchio Editore – che a giocare da subito a carte scoperte è anche il “mio” editore. “Non finito” come lo stile magmatico di Voltarelli, del suo libro e delle sue canzoni, le più famose e le meno famose, distese tra cantautorato, echi del Mimmo nazionale, musica rock e musica folk. “Non finito” come gli scheletri delle case che costellano le città e le campagne di certo Sud, non solo calabrese. Eterni incompiuti di un paese la cui più grande azienda produce cocaina.

«In questa azienda non esiste il precariato Se hai le palle in due o tre anni fai carriera e diventi di ruolo con un signor stipendio scorazzi per la città su gipponi neri e vesti griffato mentre la tua amica onesta compagna di scuola delle elementari fa gli ISU e lecca il culo a un assessore oppure fa dieci anni di cassiera al supermercato per quattrocento euro al mese».

Azienda è la prima parola nell’abbecedario di molti personaggi pubblici, spalmata un po’ ovunque risplende di luce propria e gonfia il petto fino a svuotarsi di sé come un principio mistico di realtà. O si fa l’azienda o si muore, il nulla eterno è alle porte. Curioso destino, è come sulla grattugia, le parole più le usi più si consumano. Il loro significato si sfarina, diventano preghiere, invocano, evocano e alla fine si dissolvono nel loro contrario. Colpo di scena, il “fare” diventa un “parlare”.

Se l’azienda è il Bene, causa prima della realtà e sommo principio di unificazione, un’altra parola magica fa presto capolino: la dignità, anima divina che origina dal Bene, lo segue e scodinzola, ormai divezzata, ripulita delle cattive abitudini. Questa la dignità: condizione di chi è degno di rispetto e d’onore. La dignità di Seneca quando affronta la morte scegliendo il suicidio. La dignità del gladiatore che dopo aver tremato e scansato colpi su colpi per tutto il combattimento, senza battere ciglio offre la gola al suo avversario quando intravede, inevitabile, la sconfitta. Ma se virtù del saggio è riconoscere la fine e non temerla, l’uomo comune – a cui nessuno vuole negare una patente di saggezza al momento opportuno – stenta a credere che si debba barattare l’umanissima ricerca della felicità su questa terra con una luttuosa, ieratica dignitas. Perché se così fosse saremmo costretti a concludere come fa Peppe Voltarelli in Non finito calabrese.

«Ha vinto l’azienda
W l’azienda
Chi è dell’azienda lo sa che l’azienda
vince sempre».

E a tutti gli altri piccoli Seneca, facciamocene una ragione, sarà rimasto soltanto il lustrino della loro dignità.

«Sotto un cielo che non ride mai mi aspetterai cantando Onda calabra In Doichlandia Un die kleine Und die spiele
Und die arbeit Onda calabra In Doichlandia Und die sonne…»

– originariamente apparso nel volume Pentelite 2010, Morrone editore, a cura di Salvo Zappulla e Maria Lucia Riccioli –

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