Rassegnissima

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Per far contenti i due o tre miliardi di lettori del mio bestseller Io non ci volevo venire qui, e pettinare un po’ il mio ego, ecco la succosissima e aggiornatissima rassegna stampa con tutte le recensioni che hanno incensato il mio primo inutile romanzo, già insignito dei premi Bicocca d’oro 2013, Radicchio d’ebano 2012 quale più incisivo breve manuale di autodistruzione per il conseguimento della felicità, e Miglior Peggiore Libro del 2011.

Per le vie dell’etere grazie a Bookblister/Radio 105 e Chiara Beretta Mazzotta: Tanto per chiarire, il sottotitolo di questo romanzo è “breve manuale di autodistruzione per il conseguimento della felicità” e il poveretto che vorrebbe acchiapparla ’sta benedetta felicità è uno come tanti, uno che vorrebbe solo starsene tranquillo e sopravvivere con un lavoro decente, nulla di eccezionale insomma. Un tizio che come talento ha quello di non avere talento ma che, per motivi inintelligibili, è profondamente attratto dall’arte e si trova così a vivere un turbine di esperienze surreali: dal teatro al cinema passando per una scuola di scrittura creativa (la Harold Frescon, non so se mi spiego). Il problema vero è però vedersela con casi (sub)umani di gente con un ego sovradimensionato. Poeti, scrittori, aspiranti registi, maestri tutti arsi (purtroppo non vivi) dal sacro fuoco. Ecco un romanzo comico sotto la veste dell’autobiografia di un personaggio meravigliosamente immaginato – dall’adolescenza all’età adulta – da leggere con attento tempismo: perché quando si inizia, non si smette. Per tutti quelli a caccia di un po’ di soddisfazione.

Una prima segnalazione su Ho un libro in testa e una seconda segnalazione su C-Side Writer. E poi:

Sul blog Tutte le letture: Cosa si impara crescendo? Si impara che se da bambino eri convinto che avresti seguito le orme di Luke Skywalker, se pensavi che saresti diventato un supereroe e che avresti salvato il mondo, via via che gli anni passeranno prenderai sempre più consapevolezza del fatto che, forse, mentre alcuni figli di papà diverranno manager rampanti senza faticare un solo giorno, tu trascorrerai il tuo tempo cercando di non inseguire i tuoi sogni per rimanere con i piedi ben piantati a terra e provare a percorrere  una strada della quale difficilmente vedrai la fine. Vi chiedete chi sia e come si chiami il protagonista di questa storia? Ebbene la risposta arriva subito. Il protagonista del romanzo ha il vostro nome, il vostro volto e i vostri stessi sogni nel cassetto, qualsiasi essi siano.  Vi riconoscerete senza ombra di dubbio nel ragazzo che per darsi un tono si concederà al teatro, alla scrittura creativa, all’ascolto di musica improbabile (sempre che non facciate parte di quel gruppo di figli di papà di cui sopra e, allora, non vi riconoscere in nessuno se non proprio in quei tipi col macchinone che faranno capolino nel bel mezzo della storia). Pure voi avete iniziato a scrivere un fantasy di ben quattrocento pagine del quale vi manca poco più che il finale? Vi è capitato di creare un surrogato di qualcosa che si è rivelato un pieno fallimento pur di risparmiare qualche soldo? Avevate degli amici sfigati come voi? Alle elementari gli avverbi erano un mostro invulnerabile?
In questo romanzo, attraverso una narrazione che definirei “caleidoscopica”, l’autore ci fa rivivere tanti momenti della nostra stessa vita. Il tutto tra un mix di sorrisi e risate, anche se, in fondo, tutta la storia rimane pervasa da una certa amarezza, un male di vivere, che si percepisce, sebbene molto velatamente, solo a lettura ultimata. Ma non lasciatevi portare fuori strada: quando ripenserete a questo libro sorriderete di sicuro e vi verrà voglia di rileggerlo. Il metodo, o meglio lo stile, col quale ci viene raccontata la vita di questo personaggio, che un po’ ci rappresenta tutti,  l’ho trovato, coinvolgente e intelligente, in una parola: geniale.  Una voce che rincorre i propri pensieri e che, delle volte, li supera e li doppia pure, perché sta già avanti rispetto a quanto ancora sta affermando. Così mi azzarderei a definire Angelo Orlando Meloni.
Una lettura che mi sento di consigliare tanto ai figli degli anni ’80 – ’90, quanto alle nuove generazioni. Come sempre, mi piace trovare quelli che sono i “collegamenti ipertestuali” (in senso figurato e non letterale), e in Io non ci volevo venire qui (tra l’altro titolo interessante per vari motivi che non vi svelo adesso) ce ne sono diversi. Continui ed esilaranti sono i riferimenti a Guerre stellari. Ma non mancano diverse citazioni musicali tra cui mi piace riportare qui Sweet child o’ mine (Guns ‘N Roses), Drunk sincerity (Bad religion) e  Another brick in the wall (Pink Floyd).
A questo punto non vi resta che leggerlo e darmi pienamente ragione.

Su Aspettando il caffè. Avete presente la famosa frase di Totò «Si dice che l’appetito vien mangiando, ma in realtà viene a stare digiuni»? Quando ho aperto questo libro mi trovavo proprio in questa situazione: tanto mi era piaciuto Cosa vuoi fare da grande che avevo fame e voglia di leggere questo, ma allo stesso tempo venivo da un periodo di digiuno da una narrativa così brillante e divertente. Talmente divertente da suscitare il disappunto di mia figlia. Sull’ironia, per vedere se un libro funziona, la mia cartina di tornasole è mia figlia; lo so che non è  professionale ma funziona esattamente come i dolori articolari per la pioggia. Mia figlia ha sei anni e quando vede sua mamma, cioè colei che teoricamente dovrebbe farle da guida nella vita, stringere fra le mani un libro e ridere fino alle lacrime, naturalmente si preoccupa. Molto severamente tenta di sequestrarmi il libro e con enfasi mi proibisce di leggere ancora libri così «ridonzoloni». La storia racconta le vicende di un ragazzo che si trova a cercare disperatamente la sua strada ad un incrocio affollato da disoccupazione, false speranze e amici che suo malgrado lo coinvolgono nelle peggiori iniziative. Si va dall’allestimento di Molto rumore per nulla, alla realizzazione di un cortometraggio, fino all’esperienza più importante di tutte, un corso di scrittura creativa. Il tutto condito da pessimi gruppi post rock dai “nomi assurdi, garanzia di pezzi che anche suonati a volume basso fanno soffiare i gatti e imbizzarrire i cavalli” (p.62). Meloni ci mostra il luccicante mondo degli pseudo-intellettuali che cincischiano di cinema alternativo pensando di avere le chiavi della cultura in mano. Perché il mondo della cultura è davvero gremito: troppi pensano di sapere qualcosa e drammaticamente troppi pensano di poter insegnare agli altri, vedi le scuole di scrittura creativa a cui di base non sono contraria, fin tanto si limitano ad insegnarti qualche mezzo e astuzia; ma sulle quali nutro dei seri dubbi quando si trasformano in fabbriche di sogni in scatola. Quando ho letto Cosa vuoi fare da grande qualche «collega» blogger paragonava la scrittura di Baio e Meloni a Stefano Benni e su quel libro mi son trovata perfettamente d’accordo, ma qui Meloni che scrive in solitaria, va anche oltre Stefano Benni, sfoggiando un’ironia altamente corrosiva e lucida ma mai eccessiva o cattiva, sempre fra le righe, sottile oserei dire: un po’ come quando da bambini ci divertivamo a grattar via la vernice da una superficie solo per il gusto di vedere cosa c’era sotto. L’ironia, son certa di averlo già detto altrove, è una finestra amarissima sulla realtà. Non è mai una risata scema, piuttosto è una specie di droga che ci fa arrivare prima la botta della realtà in cui viviamo. Questo libro parla della mia generazione, ovvero di tutti quelli i cui sogni sono finiti prima delle speranze. Riflettevo proprio su questo argomento leggendo The Terminal, il bel post di Mr. Incredibile che ho ospitato settimana scorsa, e pensavo che la sua amarezza è perfettamente giustificata per chi ha vissuto un momento della vita in cui tutto sembrava possibile e a portata di mano. A me e ai miei coetanei difficilmente poteva venire in mente: a noi nessuno ci ha mai fatto credere che potessimo avere qualche possibilità, nessuno ci ha mai dato un centesimo di fiducia e ora tutti ci aspettano al varco. Così finisce che si fa quel si può, ci si dibatte tra disoccupazione e pessimismo, viviamo sulla nostra pelle la schizofrenia di voler conciliare i nostri doveri con i nostri sogni, guardando di traverso tutti gli avvoltoi che ci girano sopra la testa, certi che non gli consegneremo il nostro scalpo nemmeno stavolta.
È un libro che vi consiglio di leggere, perché vi farà star bene, e vi confesso che ho fatto molta fatica per individuare le citazioni che di solito inserisco nelle recensioni, perché la cosa più giusta da fare era citarlo tutto. Non potendolo fare mi limito a indicarvi i due momenti della storia del nostro protagonista che a mio avviso proprio non possono essere trascurati: la realizzazione di un improbabile cortometraggio e l’esperienza della scuola di scrittura creativa. Infatti questi due passaggi, insieme al finale di cui però taccio perché vi voglio bene, sono i punti più alti, dove più si ride e dove più si è portati a riflettere su cosa si intenda per cultura nel nostro paese, a cominciare proprio dalla scrittura la quale, sia detto per inciso, se è mal nutrita può diventare un mostro a sette teste. “Alla fine giureresti che Beppe Bergomi è stato un onesto poeta dialettale, Paulo Roberto Falcão un esponente del realismo magico e Don DeLillo quel vecchio giocatore di baseball che si era preso una cotta per Marilyn Monroe” (p. 74)
Ridere non è peccato ma soprattutto ridere non è sinonimo di disimpegno. L’ironia è un’arte sottile che in pochi possiedono ma che può diventare anche una potente arma se è vero che “È dall’ironia che comincia la libertà” (Victor Hugo).

Da “Lettera.com”, gennaio 2012Io non ci volevo venire qui: L’autoironia dello scrittore” Scrittori! A livello mediatico valgono zero, e per questo la notte piangono. Se io avessi previsto tutto questo, dati causa e pretesto, le attuali conclusioni…” cantava Francesco Guccini, autosfottendosi ne L’Avvelenata, sull’incauta scelta di fare il cantante. Angelo Orlando Meloni, siracusano classe 1975, fa la stessa cosa ma da scrittore, con un libro che è una spietata presa in giro, ironica, autoironica e un po’ caustica sulla voglia di fare “arte” a tutti i costi. Il giovane -autobiografico?- protagonista, privo di un talento qualsiasi degno di nota, ambisce soltanto ad una vita tranquilla, e cerca di fuggire al costante stimolo dell’arte. Invece, “come accade quando l’istruzione di massa crea quale suo imprevedibile prodotto un esercito di chitarristi e poeti anziché di scienziati”, il nostro uomo dovrà destreggiarsi tra scuole di scrittura che ci fanno ghignare (ma di chi parlerà mai?), abbozzate compagnie teatrali di quartiere e viaggi della speranza alla ricerca della fama. È dissacrante Meloni, traccia un quadro di quella parte di una generazione che, rifiutando il target basso di Reality e dintorni, si è lasciata fregare una bella fetta di adolescenza e gioventù dalla mission “artista a tutti i costi”. Meglio così, questo è chiaro, ma certo fa ridere leggere alcune pagine che ti fanno venire in mente quella volta che anche tu sei stato trascinato in un teatro a vedere una pallosissima pièce che però faceva tanto “impegnato”. Ma come vanno a finire queste cose? Rubiamo all’autore due righe del suo divertentissimo libro per spiegarvi dove vanno a finire: “Lo sappiamo come vanno a finire queste cose. La sera di Ferragosto un amico ti ha trascinato a forza sulla spiaggia perché voleva chiederti un parere sui testi delle sue canzoni. Ma lì hai conosciuto una tipa e del problema della ricerca dell’io nella società tecnologica improvvisamente non te n’è fregato punto. Le canzoni del tuo amico, maddai!, nemmeno a parlarne”. È così la scrittura di Meloni, ed è così la storia, sono fresche, chiare, dirette; ci riportano un po’ con nostalgia a quella genialata di Jack Frusciante è uscito dal gruppo, ci riportano a quando sei ancora lì, un minchione che insegue sogni e velleità artistiche ed ancora non si è svegliato. Insomma, una fetta di paradiso! Le canzoni ce le mette pure, però, a far da colonna sonora. Ed è così che tra una pagina e l’altra, Meloni si fa accompagnare da pezzi come Sweet Child o’ Mine dei Guns ‘n’ Roses, You Can Call Me all di Paul Simon o Drunk Sincerity dei Bad Religion. Si sta benissimo tra quelle pagine. Simonetta Degasperi

Da “Criticaletteraria.org”, gennaio 2012 È il caso di dirlo: io non ci volevo venire qui. A causa di questo libro, infatti, ho saltato la mia fermata del treno, scendendo a due dopo, evento mai accaduto in anni da pendolare. Io non ci volevo venire qui è il primo romanzo di Angelo Orlando Meloni (qui il link a speraben, il suo blog): un libro che ti viene voglia di inviare, letteralmente scagliare contro molte persone, coloro che troppo facilmente associano il proprio nome all’Arte, che pensano essa sia alla portata di chiunque e pretendono di raggiungere risultati senza studio e dedizione. Certamente il loro ego è gonfiato dai molti messaggi che, da un lato, moltiplicano le possibilità di esposizione, ma dall’altro, costituiscono delle armi pericolose per chi pecca di autostima. Io non ci volevo venire qui è l’autobiografia di un personaggio immaginario, un giovane privo di ogni talento che, contro la sua volontà, si ritrova a vivere improbabili esperienze artistiche: performances teatrali, concorsi di cinema, fino alla partecipazione alla prestigiosa quanto dubbia scuola di scrittura creativa Harold Frescon. Il protagonista si cala in contesti popolati da pseudointellettuali che nelle sue invettive assumono queste caratteristiche: “E la sera cominci a frequentare gente pacifica, e rottami i vecchi sodali della sbronza cattiva per individui inoffensivi, remissivi, di una cordialità sospetta. Per lo più maschi con pochi capelli e petti villosi, i cui peli irti fanno capolino dai colletti delle t-shirt bianche, indossate sotto le camicie per paura dell’ascella pezzata. Uomini dalle braccine secche, con il fisico a pera da soffiatori di minestra, sempre pronti a inginocchiarsi ai piedi di primedonne veneratissime dalla personalità bizzosa e il culo grosso. In qualsiasi momento incombe un brano dell’Enrico 4 nel tentativo di fare colpo sulla tettona dagli occhi neri, una maggiorata che tutti amano disperatamente. O che la tettona si produca in un acuto degno della Callas e venga meno chiedendo i sali. È gente così. Non ci si crede, ma non hanno niente di meglio da fare che riempirsi la bocca di Rimbaud e Baudelaire, ne parlano come se li avessero conosciuti, come se fossero i loro alleati segreti”. Il libro coglie alla perfezione quel mood votato all’arte che ci avvolge: l’arte viene declinata in tutte le sue varianti, anche quelle che non le appartengono, fino a svilirla, a renderla materia per tutti, abbassandone, così, il livello. Ad esempio, chi frequenta gli ambiti umanistici, saprà che le aule delle facoltà di Lettere e filosofia sono frequentate da inquietanti personaggi, personalmente potrei fare numerosi nomi! Tutta gente che, come nel libro di Meloni, ha qualcosa da dirti, non sai come, ma ha sempre qualcosa da dirti sulla loro vita di poeti, pensatori, aspiranti registi e che spesso finisci per guardare con ammirazione. Ti basterà approfondire la conoscenza per renderti conto che la sostanza non è all’altezza dell’ostentata apparenza. Certo, chiunque coltiva aspirazioni e ritengo che il libro rifletta in maniera indiretta le frustrazioni di chi l’arte vuole davvero farla, forse non quelle di un personaggio come l’odioso Biagio Patanè, conosciuto con il nome d’arte di Igor Bio, il cui ultimo corto “parla dello spaesamento sociale nella contemporaneità, o della perdita dell’io nella società tecnologica”. Il corto in questione si intitola Pensieri perduti non molto lontano da il Sogno perduto, romanzo incompiuto del protagonista. Quest’ultimo viene fagocitato dal mondo dell’arte e quando insieme ad un gruppo di amici partecipa ad un concorso di cinema, ecco che cosa prova: “Il senso di onnipotenza cancella il senso della realtà. In breve consideri Teoria generale del montaggio di Sergej M. Ejzenstejn un testo divulgativo opera di un buon dilettante. Dopo qualche giorno la parola “panoramica” non indica più il viale della tua città dove gli insospettabili vanno a caccia di marchettari, e “dolly”, non si riferisce alla prima pecora clonata. Il tuo vocabolario si colma di gergo tecnico e nel momento in cui scopri che puoi sintetizzare macchina da presa con “m.d.p” ti senti in possesso del sapere d’un iniziato”. Il concorso è un fallimento e dopo di esso ritroviamo il protagonista alle prese con altre avventure nel tentativo di seguire e contemporaneamente fuggire il richiamo dell’arte. Il giorno del diploma alla Harold Frescon è finalmente una liberazione. Un fischio all’amico Alfio e… “niente di più semplice. Niente di più bello. Andate a casa di amici. Mangiate e bevete, ma non c’è birra, e non ti senti in vena di beveroni. Stai troppo bene, per festeggiare meglio un chinotto”. Io non ci volevo venire qui è un libro divertente dall’ironia tagliente, ma a mio parere è anche una prova sofferta nella quale lo scrittore sottolinea difficoltà e ostacoli del perseguire questa professione in una realtà dove chiunque sembra coronare sogni di gloria senza molti sforzi. Offre uno sguardo ironico e distaccato con l’intelligenza di chi sa bene che cosa significhi il mestiere dell’autore, complice un tratto che, a mio parere, distingue questo libro da molti esordienti, cioè una lingua veloce ed incalzante, che emerge spontanea dalla penna dello scrittore. Il libro di Angelo Orlando Meloni è una delle opere più interessanti da me scoperte di recente, a metà tra un romanzo e un saggio di sociologia e che vedrei benissimo in una trasposizione cinematografica, magari meglio realizzata dell’impresa filmica del protagonista! Martina Pagano

Da “Labcreativity.it” novembre 2011 Niente da fare. Ci sono quei giorni in cui l’apatia in cui navighi quotidianamente ad un tratto risulta insopportabile. Ti svegli e la colazione è sempre la stessa: il caffè a 1 euro e 99 di una sottomarca-sottocosto del discount e qualche cosa da buttare giù per far finta che, così, il tuo fegato sarà salvo. Perché il caffè è la colazione, il rimedio al dopo-sbornia, il salva-vita della notte pre-esame. Eppure, in questi particolari giorni (che si accompagnano spesso a particolari momenti in cui ti senti vicino ad una svolta epocale), pensi ossessivamente a quanto sarebbe prezioso il tuo contributo al mondo. Hai delle capacità, dei talenti vivi ma inespressi. Quante volte li hai sfiorati lasciandoli solitari subito dopo? Le tue mani: non sono fatte solo per scrivere post-it sul frigo che puntualmente dimenticherai di guardare; non sono fatte solo per guidare, girare sigarette di tabacco secco che fa tanto artistomane d’altri tempi; non sono fatte solo per tutti quegli usi utili e comuni nei quali si esercitano da anni e anni. No, le tue mani hanno di più da offrire. Così hai speso tutti i tuoi risparmi in una chitarra di seconda mano “ma di ottima fatturazione, mi creda” con gli occhi che brillavano al pensiero dello stupore fra ragazze e amici. Così le tue notti e i tuoi sogni sono stati impiegati, abilmente piegati, alla stesura di quello che è il tuo primo esperimento letterario, ma che promette già un gran successo. Così ti sei impegnato nella pittura di un’arte che il mondo deve solo avere il modo di scoprire e ne rimarrà estasiato. Finalmente! Peccato che la chitarra è troppo piccola, ne sei sicuro: ti hanno fregato vendendoti una chitarra fallata; è impossibile cacciarle un suono decente (non ti passa per l’anticamera del cervello che il vero problema sia tu). Il libro è favoloso. 20 pagine di pura, avvincente, narrativa neo-realista dallo spirito sagace. Continuare la rovinerebbe e il mondo non capirebbe. Il quadro è stato gettato da tua madre insieme ai cartoni del mac donald’s dopo che un lezzo, non proprio piacevole, cominciava a dilagarsi dalla tua stanza nel resto della casa. Peccato, i tuoi pronipoti non saranno mai ricchi ereditieri. Miei cari la vita è una dura lotta. L’incomprensione è il muro più duro contro il quale ci si scontra, specie se si è dei talenti incompresi come me e voi. Il pensiero che segue queste grandi prove umane, è più o meno sempre il seguente: “Io non ci volevo venire qui”. Qui, in questo mondo, fra questa gente, con queste cose di cui, sinceramente, non mi frega proprio nulla. Io non ci volevo venire qui, come l’esordio letterario (vero) di Angelo Orlando Meloni, catanese ma siracusano d’adozione che segna un gran bel gol con il suo primo romanzo. La storia è una biografia (chissà quanto auto-biografica) onnicomprensiva di chiunque abbia, almeno una volta nella vita, pensato e provato a esprimere quel “più” che è in ognuno di noi. Si cade in errori madornali a volte per amor dell’arte. Avete presente quando l’amico vi incastra nel progetto dell’amico, promosso dal padre del primo –che è un pezzo grosso- e al quale a-s-s-o-l-u-t-a-m-e-n-t-e dovete partecipare? Esattamente quello che segnate, anni dopo, come il vostro primo vero flop da poveri illusi. La lista l’allungherete di molto, perché si campa di pane ma alcuni di noi senza sogni non vivono proprio. Un percorso esilarante e appassionante lungo il tragitto di vita e i flashback di questo personaggio che è potrebbe tranquillamente essere l’alter ego che tenete a bada -beati voi se ci riuscite-. Corde pizzicate puntualissime al di là della generazione d’appartenenza (dal 1970 in poi, siamo tutti coinvolti). I tipi umani tipicamente incontrabili negli ambienti radical-chic, finti easy-chip, dove una vena tenebrosa e uno strumento sono d’obbligo come il moon boot in Alaska; i convinti senza possibilità di scampo, quelli che continueranno per una vita intera a sbraitare contro la scarsa capacità di giudizio degli altri; i fomentatori sempre pronti a indurti in tentazione e tu, o meglio, i vari te stesso che studiano ma in realtà vogliono fare gli artisti al circolo degli artisti. Bella roba avere degli amici. Un libro che usa una grammatica accurata e una sintassi scorrevole per dire profonde verità con acuta ironia. Allarga il sorriso ma, se vi ritrovate in quanto detto fin qui, vi farà sentire anche leggermente deficienti -da “deficere” chiaramente, sia mai!-. Vi lancio in anteprima due anticipazioni: “We don’t need no education”, capitolo 1, 2 e 3, per capire nel profondo quant’è vero che “siamo tutti uguali”; “Test Numero 2”, per iniziare a farvi due domande…Rispondete sinceri però. Angelo Orlandi Meloni, alla fine della sua personalissima storia, sembra aver avuto ragione a insistere. Questo romanzo riesce a catturare l’attenzione e, al contrario del sottotitolo che recita “breve manuale di autodistruzione per il conseguimento della felicità”, arriverete all’ultima pagina integri e poco felici che sia già terminato. Non fate gli artisti, leggete e basta. Giulia Di Clemente

Da “Notabilis”, anno II n. 3, maggio/giugno 2011 Resto, perché questa è la mia terra Angelo Orlando Meloni scrive. Scrive con tutta la sua personalità, con l’interiorità, con il cuore. E scrive con i gesti, l’ironia, il respiro. Appartiene a quei siciliani che la malinconia la trasformano, la coprono con un’appartenenza a un senso profondo dell’esistere. Il suo restare qui somiglia quindi a un destino da cui si può fuggire solo con questa mezza smorfia che è un sorriso, ma anche un ancestrale ghigno di dolore, una segnatura, una traccia di tanto passato decaduto, mai ripercorso, mai rinato a nuova bellezza. In che misura la tua sicilianità entra nei tuoi libri? E lo fa con leggerezza, con amarezza, con nostalgia? Nei miei due libri penso di essere stato esente dalla fascinazione per certi turbamenti siciliottani d’accattonaggio, quelli più facili, da cartolina. Se invece di questa categoria dello spirito chiamata sicilianità c’è qualcosa che di riffa o di raffa trapassa nei miei brevi libri è un misto di leggerezza e amarezza. Non la nostalgia, perché non si può avere nostalgia del nostro passato privo di età dell’oro a parte i cartoni animati di Goldrake e le meravigliose storie di Carl Barks che leggevo da bambino, ma solo sperare nel futuro incrociando le dita. Chi vive in questa terra governata da una ganga di bellimbusti che sembra venuta fuori da un quadro di Bosch non può non essere leggero e amareggiato. La leggerezza di spirito serve per non ammattire pensando a quello che accade, l’amarezza non la cerca invece nessuno, ma sopraggiunge da sé, perché ancora una volta qui da noi la parte oscura della forza sta vincendo. Cosa vuol dire oggi per chi resta in Sicilia scrivere, fare cultura? Questa è una domanda che andrebbe posta ad artisti molto più noti, che hanno scelto coraggiosamente di rimanere in Sicilia e lavorare in un contesto caratterizzato da pochi soldi, poche strutture e scarsa attenzione. Penso per esempio alla federazione siciliana delle arti e della musica, L’Arsenale, di cui sono onorato di essere amico, che si sta dando da fare proprio per unire sforzi, energie, talento, di chi è già noto e di chi non lo è, per combattere la tendenza alla fuga e costruire qualcosa destinato a restare. Lo stesso fa in piccolo l’associazione Tunafishbanda a Siracusa, di cui faccio parte. Tutti insieme, si resta qui e si lavora, con umiltà e concretezza. Hai una vena ironica che somiglia alla malinconia di Totò, ai sorrisi a metà di Eduardo. Sorriso, quindi, ma anche consapevolezza che quella leggerezza cela il dolore. A cosa credi possa somigliare, se fosse un animale, l’ironia? Mettendo di lato i sommi, amatissimi Totò e Eduardo, facciamo che al posto di un animale cito Jar Jar Binks, il discutibile personaggio della seconda trilogia di Guerre stellari. Cosa c’è di ironico in questo? Poco. C’è la consapevolezza che le nostre favole più belle stanno crollando, una dopo l’altra, e sono lì lì per diventare incubi grotteschi. Prima o poi bisogna crescere, rimboccarsi le maniche, guardare la realtà e affrontare i problemi anche ridendo dei nostri vecchi miti e con loro di noi stessi. Lo ripeto, in realtà c’è poco di ironico in tutto quello che sta accadendo ultimamente, e da tempo l’aggettivo più adatto è diventato “grottesco”. Parlaci del modo in cui ti sei avvicinato al mondo letterario, caro Angelo, dei sogni di sempre e di quelli di adesso. Sono cambiati? Sei cambiato? Mi sono avvicinato alla letteratura da ragazzino, leggendo tanto. Libri e fumetti. Come ho iniziato, quando ho cominciato, non lo ricordo. È tutto vago, nebuloso, davvero, riesco solo a ricordare che mi è sempre piaciuto leggere un bel libro, un bel saggio scientifico e filosofico (crescendo), un bel fumetto. Ma un giorno per gioco ho provato a scrivere una storia, ed ecco, la frittata è fatta. Il primo vero racconto che ho scritto è stato accettato da una rivista letteraria e non mi sono fermato. Se poi questa divorante passione per la letteratura mi abbia cambiato o meno, c’è una facile risposta. Quello che fai ti cambia, ti forma, ti forgia, se non avessi mai scritto una riga sarei un’altra persona. Ma non è mica detto che dovrò continuare a scrivere per sempre. Potrei benissimo fare altro. Scrivere mi piace, ma non me l’ha ordinato il dottore, smettere di scrivere è molto più facile che smettere di fumare. Forse. Il tuo ultimo, delizioso, libro. Un manuale di sopravvivenza al contrario che colma di sollievo, ma fa anche riflettere. Ce ne parli? Ci vuoi dire il perché del titolo? Grazie per il “delizioso”. Il mio breve romanzo dal titolo chilometrico, Io non ci volevo venire qui, breve manuale di autodistruzione per il conseguimento della felicità, è la storia comica, tragicomica della superproduzione di artisticità che affligge il mondo contemporaneo. Migliaia di libri, migliaia di chitarristi su myspace, migliaia di artisti concettuali, migliaia di fotografi e disegnatori. La conseguenza imprevedibile dell’istruzione di massa è stata questa superfetazione di opere d’arte che rendono molto difficile a chiunque, per esempio, avvicinarsi ai banconi di una libreria. Come orientarsi in mezzo agli straripanti scaffali, stipati da novità tirate fuori a getto continuo? Si ha l’impressione che gli scaffali si possano animare e ingoiare la gente. Detto questo, l’eccesso di artisticità non va guardato con il solito snobismo elitario. Bisogna semplicemente rendersi conto che è inevitabile, ormai sappiamo tutti leggere e scrivere, e scrivere un racconto è più facile che risolvere l’equazione di Cantor. Insomma, se non puoi sconfiggerli fatteli amici, ragion per cui, o generoso lettore, diventa amico mio. Nella vituperata narrativa contemporanea si celano molte perle, anche se a volte bisogna faticare un po’ prima di trovarle. Tornando al romanzo, ho affrontato questi spunti che mi giravano per la testa, e altri del genere, imbastendo una vera storia con tanto di finale a sorpresa. Altrimenti, che divertimento c’è. Io non ci volevo venire qui è un romanzo comico che fa il verso allo stesso tempo al tronfio accademichese di certi testi universitari e a quella manualistica tanto in voga oggi, quelle robe tipo Il segreto segretato nei segreti segretissimi o I chakra delle mie ciabattine e la serenità coniugale. Il perché del titolo, infine, è dovuto a una sensazione alla Charlie Brown, che secondo me proviamo in molti. Per lo meno, io l’ho provata. E cioè un senso di totale inadeguatezza avvertito in situazioni a cui siamo costretti a partecipare dalle circostanze o dalla nostra umana volubilità, ma da cui ci dissociamo intimamente. Eppure, eccoci ancora una volta costretti a seguire un corso di pittura fritta posturale teosofica, oppure eccoci ancora una volta in completo gallonato e scarpe laccate, in prima fila, presenti a qualche imbarazzante, interminabile cerimonia sotto il sole di luglio: “Io non ci volevo venire qui”. Diciamolo tutti. È liberatorio. Alcuni critici hanno accostato il libro e il suo protagonista a Paolo Villaggio, parlando di un Fantozzi del Duemila, precario e aspirante artista. Ottima pensata. La cosa mi garba assai, il cosmo fantozziano è un’invenzione geniale. Uno sguardo a chi resta in Sicilia. Uno sguardo a chi va. Tu, caro Angelo, perché resti? Resto perché non ho niente di meglio da fare, potrei aggiungere che alla prima occasione fuggirò, ma mentirei. Resto soprattutto perché questa terra è la mia terra e forse se ne dovrebbero andare quelli che la stanno devastando. Con ogni evidenza non amano la Sicilia, e allora vista l’indifferenza, anzi, l’odio, il disprezzo che nutrono per la loro terra, perché non vanno a vivere altrove? Simona Lo Iacono

Da “licenze medie” 15/02/2011 È un piccolo libro di favolosi insuccessi, di grandi propositi naufragati miseramente (attenzione sempre agli avverbi in MENTE… evitateli o disseminateli con parsimonia nei vostri scritti) da qualche parte. Si possono creare delle lacerazioni, o comunque di piccoli problemi nel passaggio dalla fruizione di cultura passiva verso la produzione di prodotti culturali propri, al di là del mezzo che scegliamo per veicolare il nostro (presunto) talento. Che si tratti di musica, teatro, cinema o letteratura, gli ostacoli e i pericoli in agguato devono farci temere il peggio. La nostra spinta può farci sbattere la faccia da qualche parte. IO NON CI VOLEVO VENIRE QUI prende in esame tutte le casistiche possibili, ne sviscera gli effetti indesiderati, si fa spietato e irriverente bugiardino. La parte che mette sotto la lente i corsi di scrittura creativa vale da sola il prezzo di copertina. Questo libretto è un libretto delle istruzioni che potrebbe almeno aiutare ad attutire gli urti che la vita sa infliggere a chi ha ambizioni artistiche specifiche o generiche. Lo fa con una ironia feroce e intelligente. C’è un momento in cui dopo aver conosciuto tutta la filmografia di Parajanov, compresa quella di regime, dopo aver seguito, non senza affanno, il percorso di Bjork, dopo aver letto migliaia di recensioni musicali, spesso incomprensibili, de Il Mucchio Selvaggio, alcuni di noi scendono in campo. Che siano scelte gaie e inconsapevoli, o dolorose e ponderate, sta di fatto che non sempre il mondo è pronto ad accoglierci, a recepire i nostri messaggi che potrebbero aggiungere molto alla filosofia, alla letteratura, alla musica, alle riscritture teatrali. Forse siamo arrivati un secolo prima, o un secolo dopo, oppure abbiamo sbagliato pianeta. Rimane il fatto che il nostro tempo e il nostro spazio è sovraccarico di persone che ambiscono a fare P.I.L. fuori dai percorsi più scontati e tristi, magari in un ufficio, su una catena di montaggio o in un negozio di articoli da regalo, e non c’era da dubitarne. Meloni ci racconta che per un Ammaniti felice, ci sono almeno 100mila disperati, nel caso di Wu Ming, essendo un collettivo di quattro scrittori, i disperati in proiezione saranno 400mila. E questi sono dati dell’istituto svedese di ricerca Dora Venter, più volte citata da Meloni. È come se l’alfabetizzazione di massa avesse in qualche modo fallito, partorendo persone molto infelici ingolfate nei saperi umanistici. Meloni durante le presentazioni è impetuoso, le sue pubbliche letture escono dai rituali soliti, quasi venisse, o volesse proporsi, come una forma di cabaret intelligente e cinica. Saverio Fattori

Da Centonove, anno XVIII, n. 18, 6 maggio 2011 Il mio libro deformato Il giovane scrittore siciliano racconta con originalità lo sgretolamento di un mondo malato di vippismo. Stagione ricca e felice quella della nuova narrativa contemporanea. Si moltiplicano gli esordi, i punti di vista, gli sguardi sulla realtà di un mondo in continua evoluzione. E sarebbe sociologicamente interessante notare come molti dei nuovi talenti siano proprio siciliani. Quasi che l’appartenenza all’isola, ai suoi silenzi, alle sue pulsioni esistenziali – e il vivere lontano da quelli che sono comunemente definiti i centri culturali ed editoriali del paese – conferisse a chi scrive la lucidità di uno sguardo diverso, vero, ben più profondo e nitido sulla contemporaneità. È il caso del catanese Angelo Orlando Meloni, che dopo una precedente raccolta di racconti, manda in libreria il suo primo romanzo: Io non ci volevo venire qui, edito da Del Vecchio. Un libro che si sfoglia e si divora con la rapidità di un’immersione. Un’immersione accorata e dolorosa è infatti quella che l’autore ci propone: nella vita, nei sogni, nei fallimenti, nei desideri, nella maturazione interiore del suo giovane protagonista, alle prese con la crescita e i suoi segreti. Non possedere un talento specifico è solo all’apparenza un modo come tanti per orientarsi tra le nebbie di un presente caotico, che non lascia spazio ai sogni. In realtà, il protagonista – ingenuo, scanzonato, a tratti ironico ma sempre dolente e amabilmente in rotta con il mondo – un suo movimento nella vita lo compie eccome: tramite esperienze pseudo-artistiche, nel nero di una devastante mancanza di futuro e prospettive, nel buio solenne che di tanto in tanto si rischiara, come a lasciare intravedere una strada. “A volte mi piace pensare di aver scritto una storia bislacca per il puro piacere di farla e di averla così offerta ai lettori”, spiega l’autore. “E in un certo senso è vero. Però è anche vero che questo mio romanzo tragicomico si inserisce in un momento storico che ha nello sgretolamento e nel grottesco un sostantivo e un aggettivo quanto mai azzeccati per descrivere quello che accade alla nostra società. Quella che racconti è una vicenda dolorosa di cadute, di prese di coscienza. Qualcuno l’ha definita una storia di deformazione. “Sì, è un po’ scherzosa come definizione, ma mi piace usarla. Il libro è il contrario del tipico romanzo di formazione, dove il protagonista come in un videogioco sale di livello man mano e in genere acquisisce una nuova consapevolezza. Il mio è un romanzo deformato di un mondo deformato che si è deformato da solo sotto il peso delle menzogne che ci siamo detti per anni sulla vita, l’arte, l’economia, l’universo e tutto quanto”. Che impatto sta avendo il romanzo sui nostri coetanei? “Devo dire che sta avendo una buona accoglienza. Sono lusingato dell’attenzione ricevuta e a tutti quelli che lo hanno letto, e che lo leggeranno, dico: vi voglio bene, siete meravigliosi. Alcuni miei amici carissimi che hanno studiato recitazione e che fanno gli attori mi hanno detto di aver letto i capitoli sull’imbarazzante messa in scena shakespeariana con un senso di profonda immedesimazione e di aver sudato freddo. Ma finora nessuno ha cercato di menarmi”. Uno dei temi che il romanzo affronta è quello della solitudine… “Bingo. Siamo obesi, farciti di oggetti costosi e idee a buon mercato, e molto confusi. Possiamo pure iscriverci a corsi su corsi di psico-pittura, di ontologia del poker, di danza compulsiva vogoniana, di scrittura reattiva, di volo pindarico acrobatico, e addestrarci addestrarci addestrarci (a cosa?), ma la desertificazione interiore non si arresterà mai con un diploma in aerografia vegana espressionista; non si arresterà mai se, per esempio, non verremo a patti con il sogno mostruosamente proibito di volere a tutti i costi essere qualcuno. Questo paese è malato di vippismo”. Sebbene tu sia siciliano, il tuo linguaggio è libero, vario, assai più articolato di tanta letteratura isolana, e guarda altrove, a certa letteratura anglosassone o americana. “Premesso che in effetti ho letto molta narrativa angloamericana, ma anche russa e francese, e che considero Verga uno scrittore immenso e ho letto pure Sciascia, Pirandello, Brancati e via discorrendo, è altrettanto vero che quando scrivo cerco di girare al largo da certe sicilianerie da cartolina. Il che è sbagliato, perché se le usassi farei molti più soldi, ma nessuno è perfetto. Nel mio essere siciliano c’è una disaffezione verso certe immagini ormai consunte”. Stai già scrivendo qualcosa di nuovo? “Ho una storia fantasy che mi diverto a immaginare, ma per pubblicarla dovrei usare un nome inglese e metterci i vampiri, quindi ho paura che non se ne farà niente. Ho già scritto un altro libro, in verità, ma in questo momento ho paura di rileggerlo, temo l’effetto vaso di Pandora. Più sinceramente, non faccio programmi a lunga scadenza, scrivere è la cosa più bella del mondo, ma nella mia vita non sono solo e nessun dottore mi ha ordinato di fare il romanziere, per cui, tutto può essere”. Luigi La Rosa

Da “La voce dell’isola”, n. 4/5, aprile/maggio 2011 Nell’innato senso del paradosso la visione deformata della realtà Angelo Orlando Meloni ha innato il senso del paradosso, come tutti i genialoidi riesce ad avere una visione deformata della realtà che lo circonda, manipolarla a piacimento secondo i propri gusti e la spigliata fantasia per servirla, sotto forme di originalissime storie, nei suoi libri. Un autore dotato di raffinato senso dell’umorismo, disposto a giocare con le sue idiosincrasie, le paure, le fobie in una serie di gag irresistibili. Non ci si annoia di certo a leggere Io non ci volevo venire qui (Edizioni Del Vecchio, pagg. 118, €. 14,00). Angelo è uomo dalla fervida immaginazione e dallo spirito indomabile, riesce a trasformare in satira irriverente qualsiasi argomento tratta. Il suo è umorismo scoppiettante, i suoi personaggi bislacchi e improbabili, coinvolti in situazioni surreali, pirotecnici commedianti degli equivoci, strappano il sorriso anche a uno che ha già ricevuto l’estrema unzione. Un’ umanità sgangherata, adorabile nella sua vacuità e sventatezza, composta da furbastri e aspiranti tali, che null’altro può pretendere, se non di essere assolta per legittimo impedimento. Si ride, a volte di gusto; altre con un velo di malinconia. Ma si riflette anche, sui personaggi che Angelo presenta: bizzarri, pirotecnici, millantatori. Profondamente umani e profondamente vulnerabili. Determinati a conquistare il mondo e già nati perdenti. Riuscire a coniugare ironia e letteratura, senza scadere nelle barzellette, è proprietà dei grandi scrittori e non vi è dubbio che Meloni sia uno scrittore di razza. Si può ricavare un romanzo gradevolissimo prendendo spunto dai piccoli fatti quotidiani? Sì, se l’idea viene a un autore dotato di esplosiva scrittura, disposto a mettere in gioco se stesso con spietata ironia, consapevole di voler infrangere la barriera dell’appiattimento, del quieto vivere, del chinare il capo rassegnati all’inerzia, per far emergere contraddizioni, prepotenze e malcostume. Un libro attualissimo, una sorsata di acqua fresca, a tratti delirante, estasiante, spumeggiante, esplora territori narrativi in grado di fare vibrare corde disperatamente umane. A questo punto mi chiedo (tutto il mondo si chiede) chi è Angelo Orlando Meloni: un nuovo Messia venuto a illuminare i popoli? Un Woody Allen che ha subito un trauma cranico? Il pronipote di Fantozzi, perennemente afflitto da cefalee? Uno spermatozoo andato a male che involontariamente ha imbroccato la volata giusta, classificandosi primo suo malgrado? O turista ignaro che ti aggiri cinguettando per le vie di Ortigia, o giapponesino, cinesino armato di cinepresa che ti addentri per le stretti calli di via Maestranza; giunonica svedese dallo sguardo ammaliante, il volto solare e le tette al vento, che ti godi lo scirocco di Corso Umberto, non ti soffermare con le tue zummate solo sulla fontana Aretusa e l’Orecchio di Dionisio ma riversa l’attenzione su quel tizio dal viso scarno, abbandonato in un angolino buio, sofferente e anemico come uno che ha appena subìto il salasso da un vampiro di passaggio. Non è lì per chiedere l’obolo, sta meditando, sta creando, sta confabulando con i folletti magici della sua mente. Immortalalo, un giorno potresti essere orgoglioso di raccontarlo ai nipotini. Geni si nasce o si diventa? Forse il segreto è racchiuso tra le pagine di questo libro. Angelo, cos’è per te la letteratura? Una combinazione di parole su carta o su carta virtuale dal significato a volte fumoso se non nullo, che nonostante questo in molti casi viene letta da un ragguardevole numero di persone convinte che questi nostri amati librettini occupano il primo posto tra le scienze e i saperi umani e che contengono sempre preziosi insegnamenti nascosti. In un numero più limitato ma forse più interessante di casi, la letteratura invece è una piacevole compagna di vita, un ottimo esperimento/simulazione di realtà, in alcuni momenti addirittura un salva-vita e solo accidentalmente contiene preziosi insegnamenti nascosti. Quali sono gli autori a cui ti ispiri? Libri ne ho letti tanti, non che voglia darmi arie da intellettuale, ma qualche lettura l’ho fatta. Parlare di ispirazione, di riferimenti, è difficile, perché sono onnivoro. Però posso dire che ho amato molto Il codice di Perelà di Palazzeschi, le opere di Tommaso Landolfi e La coscienza di Zeno di Italo Svevo; e poi Vonnegut, Heller, Sheckley… uff, ce ne sono tantissimi, compreso il grande Paolo Villaggio e i suoi strambissimi libri. Tra i contemporanei ho letto con sommo piacere alcune opere della divina Rosa Matteucci. Definisci il tuo romanzo. È un romanzo comico che con la scusa di strappare al lettore gentile una risata, vuole anche farlo (farci) riflettere sulla sovrapproduzione di artisticità in un mondo che – forse – di questi surplus di chitarristi intimisti in cerca di un contratto discografico non ha un così disperato bisogno. L’orrore contemporaneo ha varcato lo schermo della tv ed eccoci tutti in fila come zombi ad aspettare il nostro turno per divorare il cervello altrui. George Romero aveva ragione. Raccontaci qualcosa sul tuo editore. È una casa editrice attiva da pochi anni ma con un catalogo di tutto rispetto. Coraggiosissima a pubblicare una collana di poesia in un paese nel quale – come ho letto su di un quotidiano – da un lato ci sono più di 20.000 aspiranti poeti pronti a pagare pur di stampare i loro versi, ma dall’altro lato le collane di poesia languono e prendono polvere sugli scaffali e rimangono invendute. Il che è un paradosso, la logica suggerisce che in presenza di così tanti aspiranti poeti le collane di poesia debbano vendere molto di più e invece… nisba. Come vedi ci siamo ricollegati al problema iniziale, nel nostro mondo c’è un surplus di artisticità che ben lungi dal configurarsi come una lieta occorrenza, degna di una nuova età dell’oro dove il lupo pascola con l’agnello e gli aedi fioccano, assomiglia sempre più a un corto circuito all’interno della nostra società malata di divismo, alla ricerca continua della gloria o quanto meno di una partecipazione ad “Amici”. Tornando alla casa editrice, sono estremamente contento del lavoro di Del Vecchio Editore. Con un catalogo così interessante, fatto di autori stranieri e italiani molto ben selezionati, nonché con una collana di poesia, come dicevo, molto raffinata, sono sicuro che farà molto parlare di sé. Cosa c’è ancora nel cassetto? C’è un altro romanzo comico, già scritto, il mio primo libro, la raccolta di racconti Ciao campione, che vorrei riscrivere, infine un altro libro che mi frulla in testa da un po’, ma siccome di scrivere non me l’ha ordinato il dottore e non ho mai sentito le voci né qualche entità superiore mi ha chiamato per assegnarmi la missione di salvare il mondo con un libro, non ho alcuna fretta di portare a termine il lavoro di scrittura e riscrittura. Potrebbero volerci anche anni, fuori da una pagina scritta ci sono un sacco di cose interessanti e romanzi se ne scrivono già troppi perché io abbia tutta questa voglia di contribuire a ingolfare le librerie e i cataloghi. Procediamo un passo alla volta. Salvo Zappulla

Da “Blow up” di novembre 2010 Romanzo di deformazione ironica Fosse un soggetto per film americano, in Italia sicuramente gli peggiorerebbero il titolo. Invece Io non ci volevo venire qui, opera seconda per il siciliano Angelo Orlando Meloni, corre sul filo dell’autobiografia mock-eroica nella quale, in attesa di distinguere gli elementi fittizi da quelli reali – almeno un paio facilmente smascherabili – affiorano massime di vita per chi spesso al dovuto sopravanza il futile, il necessario soccombe al superfluo e principalmente per la vasta fauna artistoide pazien-tondelliana, “un esercito di poeti e chitarristi anziché di scienziati” in cui l’io narrante si imbatte per caso o per inerzia, e che lo trascina dalle reminiscenze scolastiche alle prime esperienze con una droga chiamata chitarra, fino alle “cattive” amicizie (“i rivoluzionari da salotto, gli spassionati, gli stalentati, le matricole di Scienza della Comunicazione”, pare di leggere Brizzi a Bastogne) dedite prima al teatro scalcagnato, poi al cortometraggio in forza di un ego ipertrofico. A un certo punto, nel testo, entra anche la critica musicale, “colpevole” di esaltare certo postrock delle origini – con tanto di ricca onomastica – adoperando una terminologia artsy: lo sappiamo, le datate punzecchiature che dai polygen in qua prendono larvatamente di mira anche la presente rivista, opportunamente menzionata a pagina 117 (sopravvalutandola bonariamente). I rilievi di Meloni però non sono peregrini, cercano l’alba dentro l’imbrunire, soprattutto quando accenna a “dischi originali che non sei mai riuscito ad ascoltare più di un paio di volte (…) seguendo i consigli di gente che esibiva spillette con su scritto I Lose”… Nel raccontare le vicissitudini, la morale satirica dell’autore è piana e frontale, dettagliata nelle locuzioni 80-90 quando iperbolica nei metri di paragone; sottolinea con proprietà la divergenza stradale tra aspirazioni e bollette e saltella garrula di palo in frasca senza abbandonare elementi per strada. Quel che si dice una lettura gradevole e intellingente, fresca e veloce nella collocazione oraria tra un mattone di semiotica per universitari e l’inserto disimpegnato di un quotidiano. Enrico Veronese

Da “Spray – style magazine” n. 20, aprile-maggio 2011 Io non ci volevo venire qui di Angelo Orlando Meloni, Del Vecchio Editore, 2010 Una lotta interiore tra “quel che avrei voluto essere” e la realtà intinta in un mix di citazioni pop, fantasia e contraddizioni sono il punto forte dell’autobiografia immaginaria dell’autore. il romanzo è una critica, in chiave ironica e frizzante, alla spettacolarizzazione della cultura e alle distorsioni prodotte dall’era dei talent show, il tutto senza i freni inibitori delle costrizioni narrative. Sonia Tiffany Grispo

Da “Vero” del 21/01/2011 Alla ricerca del talento Che fare quando si è privi di talento? In realtà poco, tranne che provare disperatamente ad applicarsi a qualche forma artistica come il teatro, la sceneggiatura, la scrittura. Ma quando si è il classico caso della rapa da cui non si riesce a cavare il sangue, allora i risultati potrebbero essere tragici se non intervenisse l’animo italiano, sempre pronto a trasformare le tragedie in commedie. L’eroe di questo romanzo a episodi passa attraverso diverse esperienze, cercando la notorietà e di rendersi interessante al gentil sesso, ricavandone però delusioni e sconfitte in situazioni kafkiane. Andrea Marrone

Da “Libri Consigliati” 13/01/2011 Io non ci volevo venire qui, di Angelo Orlando Meloni In occasione della fiera del libro di Roma, Più libri più liberi, il caso ha voluto che incrociassi Angelo Orlando Meloni presso lo stand della Del Vecchio, e Io non ci volevo venire qui  è passato direttamente dalle mani del suo cordiale autore alle mie (corredato da dedica tanto apprezzata quanto originale). Consapevole della pressoché inesistente propensione alla lettura di narrativa “umoristica” o, se vogliamo, leggera, ma costretto a scendere a patti con questa avversione naturale a causa dell’impegno assunto con Angelo, ho atteso all’annoso compito con spirito di sacrificio, cercando di scansare qualsivoglia forma di pregiudizio che pure avvertivo pericolosamente in agguato. La strampalata e immaginifica (mi auguro) autobiografia, raccontata con sorprendente compostezza e copiosa ironia da Angelo Orlando Meloni, è riuscita in definitiva a strapparmi più di un sorriso, rivelando una coerenza d’intenti che non sospettavo. Io non ci volevo venire qui raccoglie una paradossale serie di avvenimenti che coinvolgono il protagonista del breve romanzo seguendone l’evoluzione a partire dagli anni dell’adolescenza fino a toccare l’età adulta; la critica, neppure tanto celata, è rivolta alla spettacolarizzazione della cultura, alle distorsioni prodotte dall’era dei talent show, l’era degli artisti a tutti i costi, dello svilimento del senso profondo e della funzione antropologico-culturale dell’arte stessa. Ed ecco, quindi, che fra compagnie teatrali improvvisate, lungometraggi mal riusciti e corsi di scrittura creativa curati da improbabili quanto incoerenti insegnanti si muove il nostro antieroe, un ragazzo che di certo non brilla per qualità o doti eccellenti; e costui, pur consapevole del nonsense che avvolge come un’irridente cappa personaggi e situazioni che di volta in volta, inevitabilmente, gli si parano dinanzi, vuoi perché catturato dalle grazie di giovani procaci, vuoi perché spinto da una compagnia di “cattive amicizie”, si ritrova suo malgrado a vivere esperienze pseudoartistiche deludenti. Il titolo racchiude, in sintesi, tutto il senso di disagio e la sottesa presa di coscienza che boccia senza possibilità d’appello un intero mondo di imbonitori da palcoscenico e intrattenitori dell’ultima ora a favore di un richiamo all’umiltà e alla dignità di un lavoro in qualità di custode notturno in una fabbrica di tonno in scatola. Un romanzo che farebbe senza dubbio storcere il naso ai “confezionatori” di talent show, che hanno saputo (e sanno tuttora, purtroppo) cavalcare con innegabile astuzia un gigantesco misunderstanding collettivo asservito alle ragioni del portafoglio. Certo, l’opera d’esordio di Meloni presta il fianco a qualche critica (il ricorso eccessivo all’iperbole, le continue strizzatine d’occhio alla comicità grottesca di fantozziana memoria) ma nel suo complesso resta godibile e, cosa non da poco, chiara e diretta nelle intenzioni. Roberto Giungato

Da “Il Paradiso degli Orchi” Mi piacerebbe chiedere a Meloni, ragazzo preparato e lo si capisce, quali siano state le sue letture al di là delle citazioni testuali: io dico innanzi tutto Fantozzi. Non si spiegherebbe altresì l’uso dell’iperbole in più di un’occasione. Pag. 10: Il tuo migliore amico diventa rosso magenta, vira sul blu cobalto nel tentativo di inseguire l’ispirazione, scrive:”Il papà ha comprato la macchina lungamente” e sviene a pelle di leone sul pavimento mentre consegna il compitino. Pag. 17: Per fortuna, quando abbandonerai la chitarra poco prima di perdere con essa l’uso delle dita, i tuoi, provati dagli strimpellamenti quotidiani, non ti incoraggeranno a tener duro. Pag. 41: Un’ultraottuagenaria in carrozzella, con la pelle che sembra un panno infeltrito adagiato sulle ossa, su cui qualcuno ha poggiato un cappellino a rete del 1940. Più la spudorata imitazione in odor di raduno con ‘Filini’: Sergio indossa una giacca del 1984 di suo padre, in tweed spinato marrone; Loris una giacca di suo zio, due misure più piccola, che fa molto spencerino; tu hai rimediato un blazer con rigoni regimental in tessuto gessato dalla datazione incerta. Nonostante ciò, la nostra attenta lettura, ci porta a considerare altri padri putativi: Sicuramente il Tondelli, come tutti i giovani, ma dalla parte di Rimini e solo per una questione ‘giovanilistica’. Il Matteo B. Bianchi (attenzione alla B puntata) di Generation of love. Anche se qui si bazzicano lidi etero. L’Aldo Nove di Superwoobinda. L’Andrea De Marchi de Il ritorno dei granchi giganti. (Su quest’ultimo titolo azzardo solo una supposizione, temo che il Meloni lo ignori). Ci andrebbe a questo punto, per contraltare, consigliare all’autore una quaterna nostra, onde completare il disegno di una letteratura che inglobi sì la merceologia ma che nello stesso tempo la ignori completamente. Il Moravia di Agostino. L’Anna Maria Ortese de Il cardillo addolorato. La Caterina Saviane di Ore perse vivere a sedici anni. Il Renzo Paris di Frecce avvelenate. Le vicende di Io non ci volevo venire qui son quelle di un giovane fuori corso che tenta di trovare la strada per una propria realizzazione: comprese il far teatro e il partecipare a convegni letterari. Si sorride. Perché il Meloni è ragazzo preparato, e lo si capisce. Alfredo Ronci

Da “Il Secolo d’Italia” del 31/12/2001 Come resistere alla sindrome di Forrest Gump Ridere e riflettere, inseguendo un sogno artistico impossibile, data la mancanza del primo elemento utile al fine di diventare “qualcuno”: il talento. Il tutto nell’ambito di un viaggio sentimentale e disincantato accompagnato dai Guns’n roses e Dark side of the moon, passando per Guerre stellari, Forrest Gump e Al Bar dello sport: praticamente il trionfo dell’immaginario. Canzoni, film, fumetti o evocazioni fumettistiche, scorrono come un fiume in piena nel primo romanzo dello scrittore siciliano Angelo Orlando Meloni, Io non ci volevo venire qui (Delvecchio editore, pp. 123, € 14). Un’autobiografia dal gusto particolare, giovanile. O, forse, qualcos’altro di più. Un «breve manuale di autodistruzione per il conseguimento della felicità», come recita il sottotitolo. Dentro ci sono i sogni di un non ancora quarantenne che ha desiderato diventare artista, che avverte un potenziale bagaglio di creatività in sé tale da potergli fare realizzare qualcosa da lasciare ai posteri. Ma non solo questo, ovviamente. C’è il sarcasmo e l’ironia spiazzante, che aleggia come uno spettro su tutto il libro già dall’incipit: «Un uomo delle caverne la mattina si sveglia – scrive Meloni -, fa un grugnito, piglia la clava e va a caccia. Regolare. Tutto fila come vuole madre natura e nulla lascia pensare che un giorno la faccenda prenderà un’altra piega, se si fa eccezione per i tramonti. L’alba, sì, certo, è sempre un bel guardare, ma bisogna fare giornata, giusto un ringhio ai piccoli che hanno imbrattato la grotta con i murales e via, il dovere chiama senza dargli modo di ammirare quel disegno lì del moccioso, il papi che infilza un bisonte, che è venuto pure bene». Surrealista: ecco un aggettivo che calza a pennello con lo stile narrativo dello scrittore siciliano. Procediamo con ordine. Angelo Orlando Meloni è nato a Catania nel 1973 e vive a Siracusa. Ha scritto una raccolta di racconti, Ciao campione, pubblicata da Limina. Altri suoi racconti, interventi e recensioni sono apparsi nelle riviste Nuova prosa, Stilos, Mono, nell’antologia Il primo bacio fa schifo e nelle pagine on line di Terranullius e FaM. Aggiorna saltuariamente un blog appositamente di colore verde «come l’ecologia, la benzina e la speranza»: http://www.speraben.splinder.com. Adesso debutta con questo romanzo, che è l’autobiografia immaginaria – in chiave comica – di una persona priva di qualsiasi talentaccio, che vorrebbe vivere una vita tranquilla e che cercherà con tutte le sue forze di fuggire dalle sirene dell’arte. Una confessione aperta, che fa rivivere al lettore una incredibile serie di esperienze pseudo-artistiche, vissute tra compagnie teatrali di quartiere, scalcagnate scuole di scrittura, musicisti post-rock con la puzza sotto il naso e viaggi della speranza alla ricerca della fama, con tutti i paradossi che questa comporta. Lo specchio fedele di quello che accade quando l’istruzione di massa crea quale suo imprevedibile sottoprodotto un esercito di poeti e chitarristi anziché di scienziati. Una rassegna di episodi dissacranti, che si evolve non solo come un esilarante manuale per la conquista della felicità, ma diventa un vero e proprio romanzo di (de)formazione. Una sorpresa via l’altra, saremo alle prese con “la sindrome di Forrest Gump”, “il teorema del cavaliere” e la “maledizione del manoscritto perduto”, capitolo dopo capitolo, fino all’ultima, illuminante disavventura, che ci farà scoprire «perché il pubblico delle letture dantesche ha sempre quell’espressione beata sulla faccia». Surrealismo allo stato puro, mescolato con genuina demenzialità, perché «l’arte ti vuole con sé e alle vocazioni si deve rispondere, non puoi nasconderti dietro un dito, anche perché ti sporcheresti». Alcuni passaggi sono esilaranti, come il Test n.3 sulla beata gioventù o “The meaning of life reloaded” sulla scrittura e chi vorrebbe insegnarla, e altri illuminanti come “La gang del pensiero” o “A volte ritornano”. Probabilmente, il maggior pregio di Meloni è quello di sapere fare riflettere regalando un sorriso al lettore. Inevitabile farlo durante un episodio del capitolo 11 “Alla pugna”: «Perché così è la vita. Da piccolo non sai un sacco di cose e da grande scopri che le cose che hai imparato non servono a granché. A sei anni vuoi fare l’astronauta. A diciannove prendi diciotto in Istituzioni di diritto romano e a ventisei reciti nella compagnia “I sogni son desideri”». Poi arriva il periodo della sindrome di Forrest Gump, tra speranze, aspettative chiuse in una busta, quella del fatidico concorso a cui il giovane aspirante artista si decide a partecipare, e la possibilità di farcela chiusa lì, in una busta contenente il «sogno perduto». Chissà quanti giovani, aspiranti artisti in quest’Italia di X factor e Amici vari, si possono riconoscere in esperienze del genere. Nello scorrere della narrazione Meloni riesce peraltro a sorprendere, a prendere in giro il lettore, con sarcasmo mai troppo velato. Non sono, infatti, inappropriati gli accostamenti con le “muse ispiratrici” del genere, i punti di riferimento dell’autore, da Palazzeschi a Paolo Villaggio a Kurt Vonnegut, fino a Joseph Heller: le storie si susseguono senza annoiare e trovando quasi sempre spunti da cui ripartire. Come sostiene lo scrittore Salvo Zappulla: “Angelo Orlando Meloni ha innato il senso del paradosso, come tutti i genialoidi riesce ad avere una visione deformata della realtà che lo circonda, manipolarla a piacimento secondo i propri gusti e la spigliata fantasia per servirla, sotto forme di originalissime storie, nei suoi libri”. Un autore dotato di raffinato senso dell’umorismo, disposto a giocare con le sue idiosincrasie, le paure, le fobie in una serie di gag irresistibili. Non ci si annoia di certo a leggere Io non ci volevo venire qui. Un’impressione, del resto, confermata dalle parole dello stesso autore, che senza mezzi termini definisce alla sua maniera la letteratura come «una combinazione di parole su carta o su carta virtuale dal significato a volte fumoso se non nullo, che nonostante questo in molti casi viene letta da un ragguardevole numero di persone convinte che questi nostri amati librettini occupano il primo posto tra le scienze e i saperi umani e che contengono sempre preziosi insegnamenti nascosti. In un numero più limitato ma forse più interessante di casi, la letteratura invece è una piacevole compagna di vita, un ottimo esperimento/simulazione di realtà, in alcuni momenti addirittura un salva-vita e solo accidentalmente contiene preziosi insegnamenti nascosti». Giovanni Tarantino

Da “Nazione Indiana” 30/01/2010 Una risata “disseppellirà” C’è un libro, Io non ci volevo venire qui (ed. Del Vecchio), di Angelo Orlando Meloni di cui vorrei raccontarvi ma per poterlo fare ho bisogno di proporre le seguenti considerazioni preliminari. Quando vedo una scena con Peter Sellers non riesco a trattenere le risate. Al contrario, quando mi è capitato di vedere Salemme in televisione, non solo non ridevo, ma mi sentivo anche un po’ pirla rispetto ai miei vicini che si scompisciavano nonostante conoscessero quelle battute a menadito. Non c’è niente da fare. Non si ride tutti delle stesse cose! La questione diventa ancora più complessa quando si varcano i confini e si scopre che la comicità, come la poesia, è spesso intraducibile, non esportabile da un paese all’altro. Non ricordo infatti nel mio lungo soggiorno francese di aver visto un solo film di Aldo, Giovanni e Giacomo nelle sale d’ oltralpe e  ho realizzato recentemente quanto un grande comico francese di nome Coluche sia assai poco conosciuto dalle nostre parti. Come è possibile allora inquadrare, canonicamente, una letteratura che si dica comica? Ed è a partire da tale questione che ho interpellato dei miei amici filologi (segue trascrizione della intercettazione via facebook) Francesco Forlani: Regà, come ridevano i greci? come si diceva “risata”? etimologia? effeffe Wednesday at 8:30am · Like Gigi Spina: allora, siamo seri! in greco ridere si dice gelao (pronunzia ghelao se no sembra un gelato), che ha anche un significato di risplendere, brillare, c’è un libretto recente del Melangolo, Come ridevano gli antichi, di Tommaso Braccini, che è un dottorando senese che conosco, il testo di riferimento è il Philogelos, una specie di antologia di barzellette, che è anche edito da Mario Andreassi, Le Facezie del Philogelos, barzellette antiche e umorismo moderno, editore Pensa Multimedia di Lecce (2004); quanto al latino rideo e risus nessuna etimologia sicura, forse lo si lega a una radice sanscrita che significa jouer, danser. Mo sei contento mo? Speriamo che Daniele non smentisca tutto!!!! Wednesday at 12:04pm · Like Francesco Forlani Me ne scrivi una? di barzellette greche antiche (con testo a fronte) il cui tema sia quello dell’identità,,,dai Gigi poi ti pago da bere o vuoi dei bondi di stato Pompei? 29 minutes ago · Like Gigi Spina Questa è la più carina: “Come te li taglio? domandò un barbiere troppo loquace, In silenzio, disse un tipo dalla battuta pronta”. Sull’identità posso suggerirti (ma non so se funzionano per i tuoi scopi, identità è tante cose): “Uno dei due fratelli gemelli morì. Un cervellone (scholastikos), imbattutosi in quello ancora vivo, domandò: Sei tu che sei morto, o tuo fratello?”; “Dopo aver visto la luna, un cervellone chiese al padre se anche nelle altre città vi fossero delle lune simili”; “Un tale cercava uno scorbutico. Quello rispose: Non sono qui! L’altro si mise a ridere e disse: Menti, riconosco la tua voce. Canaglia! disse lo scorbutico, se te l’avesse detto il mio schiavo gli avresti creduto, io invece non ti sembro più attendibile di lui?” Cicerone nel de oratore racconta lo stesso aneddoto a proposito di Ennio e Scipione Nasica (questa te la scrivo in latino!): Cum ad poetam Ennium venisset eique ab ostio quaerenti Ennium ancilla dixisset domi non esse, Nasica sensit illam domini iussu dixisse et illum intus esse; paucis post diebus cum ad Nasicam venisset Ennius et eum ad ianuam quereret, exclamat Nasica domi non esse, tum Ennius: Quid? Ego non cognosco vocem – inquit – tuam?. Hic Nasica: Homo es impudens: ego cum te quaererem ancillae tuae credidi te domi non esse, tu mihi non credis ipsi?” 1 Bene! A parte il mistero che ammanta il reparto maternità dei jokes, blagues, e quant’altro (chi l’ha scritta per primo? Come ha viaggiato?) dal prezioso suggerimento possiamo desumere che il cervellone (scholastikos), ricorreva allora nelle barzellette greche come il carabiniere nelle nostre, il belga in quelle francesi e le bionde nelle anglosassoni. Quando si scrive un romanzo, vd il recente, La battuta perfetta di Carlo D’Amicis, o il comico viaggio sentimentale di Angelo Orlando Meloni, la prima cosa di cui ci rendiamo conto è che il carabiniere, la bionda, il belga, lo scholastikos, sono tutti concentrati, quasi sempre, nella voce narrante. sia quando fa battute, in prima persona, sia quando le battute se le fa raccontare e ce le racconta. Nel caso di Io non ci volevo venire qui ritroviamo, effettivamente, questo condensato di mots d’esprit che come minuscole tessere sparse un po’ ovunque, ricompongono l’allegro mosaico di un romanzo (comico) di formazione. A differenza di altri libri che tentano l’assalto al riso del lettore, ricorrendo al celebratissimo, televisivo cabaret che ormai non fa ridere più nessuno e che negli esordi letterari si manifesta attraverso quella che chiamo letteratura giovanilistica yuppi yuppi, dai titoli assurdi e spesso televisivi, la prova di Angelo Orlano Meloni, a mio parere si colloca, seppure timidamente, in quella tradizione letteraria secondo cui, come ebbe a scrivere Milan Kundera : ” Uno degli sbagli dell’Europa è di non aver capito l’arte più europea, il romanzo, né il suo spirito né le sue immense conoscenze e scoperte, né l’autonomia della sua storia. L’arte ispirata dalla risata di Dio non dipende per sua essenza, dalle certezze ideologiche, ma anzi le contraddice. Come Penelope, essa disfa, nel corso della notte, la trama che teologi, filosofi, scienziati, hanno tessuto durante il giorno. […] “ I Greci, ancora loro… Mi sono permesso di usare un pezzo da novanta come lo può essere un libro quale “L’arte del romanzo” perché a dispetto di quanto non si possa credere, il comico è uno dei generi più bistrattati dalla critica e dall’editoria in generale. ma cerchiamo di capire allora come un giovane autore siciliano sia riuscito nell’impresa. A mio parere è la sua abilità di montaggio, più specificatamente nell’organizzare transizioni da un modulo all’altro – ora un test della personalità pescato su di una rivista, ora un ricordo scolastico, l’allestimento di uno spettacolo teatrale, l’iniziazione a un corso di scrittura creativa- secondo un timing che non eccede mai né sottrae tempo a quello necessario alla storia per farsi viva e colpire nel segno. Bene sa chiunque abbia raccontato barzellette ma soprattutto ne abbia ascoltate che basta prolungare di un minuto la narrazione perché l’effetto comico salti. Ma come stabilire quel tempo? Da questo punto di vista non penso che esista un ricettario del tempo, diciamo che è un po’ come il QB, quanto basta, indicato nella preparazione di certi piatti (l’AM, A Muzzo, secondo un amico cuoco) e allora, così come si riesce a salare bene l’acqua lasciando alle mani di decidere quanto sale grosso ci vorrà (a proposito, le battute si dicono sempre salaci e mai zuccherose) ecco che in certe narrazioni comiche, non si sa perché né come, quel tempo è indovinato. Vi propongo dunque uno dei capitoli iniziali, per capirci: 2 Fammi un’altra birra di Angelo Orlando Meloni Un giorno, alle elementari, la maestra vi dice: – oggi facciamo le frasette a fantasia. Santa donna. però quel giorno le cose non vanno per il verso giusto. L’essere che sta forgiando i vostri destini fa una pausa a effetto e aggiunge: – Mi raccomando, stavolta dovete usare la parola “lungamente”. Non l’avesse mai detto. Ricordi ancora la faccia del tuo compagno di banco. Terrore puro. C’è chi dice rassodi la buccia. C’è chi dice prepari alla vita. C’è chi non è della stessa idea. La parola “lungamente” per voi bambini è peggio di un Ufo. «Tirò il pallone lungamente» è il meglio che riesci a cavare dalla tua penna. Uno sforzo creativo devastante e infelice negli esiti, in quella giornata nella quale in molti sperimentate il fallimento. Il tuo migliore amico diventa rosso magenta, vira sul blu cobalto nel tentativo di inseguire l’ispirazione, scrive: «Il papà ha comprato la macchina lungamente» e sviene a pelle di leone sul pavimento mentre consegna il compitino. Un giorno forse diventerà il paroliere di Carmen Consoli, ma per ora non riesce a convincere la maestra. Gli avverbi! Se gli insegnanti più scafati li usano per oscure ragioni pedagogiche, i redattori delle case editrici e gli insegnanti di scrittura creativa li temono come la peste, a causa del loro potere proliferante. Peggio dei conigli. Peccato che per insondabili motivi sia ASSOLUTAMENTE impossibile farne a meno. Mettiamoci l’anima in pace, è inutile domandarsene la ragione, meglio, molto meglio non lasciarsi ossessionare dalla lunghezza degli avverbi e vivere tranquilli, senza chiedersi troppi perché. IMPROVVISAMENTE un infingardo potrebbe sentire i nostri lamenti e mettersi in testa di darci un consiglio. Ma se gli avverbi sono inevitabili, lo stesso non si può dire dei consigli. Non dovremmo né darne né riceverne. lo so che è difficile resistere, ma la grandezza dell’uomo è tutta qua. la forza senza controllo è niente. Chi non ha paura di un buon consiglio? Io per esempio ho paura. Molta paura. evito di darli e di riceverli, e se li ricevo mi sforzo di dimenticarli. quando non li dimentico, poi, cerco di applicarli male. come vi potrà confermare più di un buon samaritano, dedicarsi ai problemi degli altri è uno sport pericoloso, perché il sonno della nostra indifferenza genera mostri e, in casi sventurati, un consiglio può generare addirittura “artisti”. Ecco perché se un nostro amico sbatte le ciglia e ci mette il suo cuore in mano, l’unica soluzione è quella di fare il finto tonto. dissimulare, mentire, nascondersi, darsi alla macchia ogni qual volta sentiamo quell’arietta freddina che accompagna la domanda: «secondo te, cosa dovrei fare?». Certo, non tutti sono in grado di cambiare discorso come un politico preso in castagna. non tutti possiedono faccia da culo e calma glaciale. non tutti riescono a mimetizzarsi nella folla fino a scomparire. Ma non facciamoci prendere dal panico. non sto dicendo che se un amico o un’amica mettono il loro cuore nelle nostre mani dobbiamo stenderli con un uppercut o sparire come un ninja in una nuvola di fumo. questo, in casi estremi. Il più delle volte sarà sufficiente ordinare una birra e offrire una sigaretta. È infatti innegabile che fumo e alcol, se pure da evitare al fine di una vita tutta fitness, possiedano qualche pregio di tutto rispetto. Altrimenti, perché l’uomo ci si dedicherebbe da secoli? Il rapido susseguirsi di boccali e sigarette sembra fatto apposta per sviare l’attenzione fino a che, a causa del mal di testa, avremo dimenticato il problema e il relativo consiglio. A quel punto non ci resterà che accompagnare a casa il nostro compare e sospirare di sollievo. e per di più il compare dormirà sodo, annientato dalla sbornia, credendo che la vita è bella. Certo, non possiamo trascurare l’eventualità che un bicchiere di troppo causi l’effetto opposto. la facile eccitazione tipica delle birre irlandesi, per non parlare del surriscaldamento causato da un paio di gin tonic, potrebbero far perdere la trebisonda anche a un signor spock. ed è storicamente accertato che i consigli più nefasti siano stati dati in seguito a epocali bisbocce. – Che facciamo con quei rompicoglioni dei Parti, Giuliano? – chiesero all’imperatore dopo un brunch di dodici portate. – Armate la flotta, ragazzi. – Ma forse il divo Giuliano voleva dire: «fammi un’altra birra». È per questo che a me, se mi scappa un consiglio, viene subito da aggiungere: – non mi prenderai sul serio, vero? Ed è un sollievo sentirsi rispondere: – fossi matto. 3 Enfin La prova di Angelo Orlando Meloni, da qui intendersi come Prova in senso teatrale (i francesi le chiamano répétitions) è un crescendo di situazioni, paesaggi, per cui man mano che la voce racconta,- al principio sembra intrattenere con il lettore un discorso da io a tu – si popola di personaggi, registi, figuranti, spettatori, mondi. Il materiale che fa da supporto copre tutte le arti, da quelle visive, soprattutto il cinema, a quelle teatrali e letterarie. La lingua che racconta la voce ha la purezza dei ragazzi, alla Holden, la stoltezza dei soldati, alla Schweik, o quella romantica dell’Hidalgo. In ogni caso ci sembra di riconoscerla come se fosse la nostra, quella dell’infanzia. Viene allora, da chiedersi, in chiusura, quello che a un certo punto, per test interposto l’autore si chiede, domanda al lettore e rispondere, naturalmente, con la lettera c. 1) Hai avuto un’infanzia felice? a) no. b) sì. c) non ricordo Francesco Forlani

Da “La Sicilia” del 11/11/2010 La felicità non abita su questa terra. Io non ci volevo venire qui Dopo il fortunato episodio di Ciao campione, Angelo Orlando, siracusano, debutta nel mondo del romanzo con Io non ci volevo venire qui, sottotitolo “breve manuale di autodistruzione per il conseguimento della felicità (Del Vecchio Editore, pp. 121, euro 14,00). Spassoso racconto, immaginaria autobiografia, questo libro vorrebbe far capire al lettore come conquistare la felicità senza lasciarsi abbindolare dalle sirene del successo a tutti i costi. È ironico Angelo Orlando, nella sua scrittura fluida e sfrontata, mai pedante, il cui unico, reale intento sembra quello di regalare qualche momento di buonumore non senza dimenticare che la lettura è anche spunto di riflessione. L’arte dell’arrangiarsi, o dell’arrampicarsi, passa dai soliti luoghi comuni, (lo spettacolo, musica o teatro che sia), il classico “viaggio della speranza”, workshop, costanzishow, improbabili statistiche e stupefacenti disavventure. Orlando ne smonta l’apparato riportando il lettore con i piedi per terra. Da domani si ricomincia la solita vita. E così sia. Leonardo Lodato

Da “la Repubblica” edizione di Palermo, 10/10/2010 La distruzione della felicità È un romanzo di deformazione, come recita la quarta di copertina di Io non ci volevo venire qui. Breve manuale di autodistruzione per il conseguimento della felicità del siracusano Angelo Orlando Meloni. La storia di un ragazzo normale, desideroso di una vita normale, ma troppo immerso nella normalità per fuggire alle lusinghe dell’arte. O della presunta arte. Coprotagonista della storia è la sfortuna: è per sfortuna che il protagonista finisce invischiato in improbabili esperimenti artistici, dalle rock-band alle riprese di un cortometraggio senza tralasciare il teatro fino al corso di scrittura creativa. Il ritmo è quello diretto del manuale, ma non è questo che fa delle avventure del protagonista una storia coinvolgente, quanto l’elenco grottesco e ironico di una serie di situazioni e personaggi, leggendo i quali sembrerà di essere finiti in un turbine di “déjà vu”. Facile riconoscersi e riconoscere nel “lontanissimo cugino, severissimo giudice di Cassazione, con il pallino della scrittura” che si trasforma nel mecenate del protagonista, o il registaattoresceneggiatore Igor Bio che appende in salotto il curriculum o i docenti di scrittura creativa, “prosatori post-parnassiani contemporanei” che etichettano i racconti come “troppo ombelicali” e crocefiggono sull’interrogativo: “ma perché il lieto fine? Che significa?”. Difficile dire se quello del libro sia un lieto fine, ma la lettura è piacevole quando ci si accomoda nella storia per seguire i risultati dei sondaggi dell’Istituto di ricerca Dora Venter o per mettersi a braccetto con Socrate Diogene e Platone, la Gang del Pensiero, per capire se c’è felicità su questa terra. Eleonora Lombardo

Da “Lettore ambulanteAngelo Orlando Meloni, IO NON CI VOLEVO VENIRE QUI Un libro comprato a Pisa Book, che si è rivelato un’ottima lettura per il viaggio di ritorno. Il sottotitolo recita: “Breve manuale di autodistruzione per il conseguimento della felicità” e, grazie all’ironia e all’acutezza della narrazione, potrebbe davvero funzionare. In realtà il romanzo del talentuoso scrittore siciliano è una parodia tenera e mai banale del mondo cosiddetto “culturale” italiano, nella sua accezione apparentemente più provinciale, ma per questo forse più vera e sofferta. Non si fa infatti mancare nulla il protagonista che si cimenta con la musica, il teatro e la scrittura. A questo riguardo, come ci avverte l’aspirante scrittore e sceneggiatore: “Un importante istituto di ricerca ha dimostrato che due individui su tre a un certo punto della loro vita scrivono una storia. La medesima indagine ha riscontrato che la storia è più o meno sempre la stessa”. Se volete sapere quale, leggete questo ironico romanzo, che riesce a raccontare senza ridondanti pietismi o eccessivi voli pindarici una generazione priva di punti di riferimento, capace però di distinguere ciò che vale o non vale, ma obbligata a fingere e ad adeguarsi al sistema dominante. Come quella delle raccomandazioni o delle scuole di scrittura, qui parodiate ma non troppo. Simonetta Banti

Su “Stilos” n. 8, settembre 2010 Astratti furori di uno studente L’autore gioca con il lettore proponendo test “psico-attitudinali” al proseguimento della lettura. Uno scherzo che diverte e concede fiato, pur senza necessità, dato che il romanzo scorre fluido, accattivandosi l’interesse del lettore. Il protagonista è uno spiantato studente universitario alle prese con astratti furori pseudo-artistici. Con ironia e leggerezza, l’io narrante strappa sorrisi amari e risate, guidando il lettore in un viaggio tra orizzonti di mediocrità. Una riflessione metatestuale sulla scrittura, la vita e la ricerca del proprio talento che culmina in una deliziosa quanto sprezzante descrizione di allievi e maestri che affollano una fantomatica scuola di scrittura creativa. Maria Luisa Maricchiolo

Su “La Sicilia” del 2/7/2010 L’ironia in una città di geni. Frequentare l’ironia così bene da farla diventare comicità, mantenendo fermo l’assillo della parola, non mortificando il tempio della letteratura, per giunta facendone parte a buon diritto. Leggerezza e capacità di spirito. Angelo Orlando Meloni ha superato la prova con il suo romanzo Io non ci volevo venire qui. Con Angelo si ride, ammirando sorpresi la capacità del letterato di coniugare le infinite possibilità della parola che rende più divertente, spietato, credibile spaccato di una città amena, Siracusa, pregna di artisti incompresi, scrittori a tutto spiano, batteristi con la fissa di un debutto live in pub londinesi. Attraverso i tapini protagonisti, la voce narrante e un coro di sfigati, siamo dentro la nostra storia di piccolo borghesi, con una grande considerazione del proprio genio. Su almeno cento avvocati, ottanta suonano, la metà degli abitanti o forse più ha un manoscritto nel cassetto. Da qui lo scrittore infila una storia parossistica, comica, ostile e ironica nel raccontare il patetismo che di norma appartiene ai mediocri. Si legge in copertina, è un breve manuale di autodistruzione per il conseguimento della felicità. E ancora leggiamo in pandetta: “l’autobiografia immaginaria – in chiave comica – di una persona priva di qualsiasi talentaccio (…) un vero e proprio romanzo di (de)formazione”. Buona lettura. Veronica Tomassini

Da “Sul romanzo” Io non ci volevo venire qui, il nuovo libro di Angelo Orlando Meloni Ho letto Io non ci volevo venire qui (Del Vecchio Editore) di Angelo Orlando Meloni con calma, all’inizio senza entusiasmo. L’incipit: “Un uomo delle caverne la mattina si sveglia, fa un grugnito, piglia la clava e va a caccia. Regolare. Tutto fila come vuole madre natura e nulla lascia pensare che un giorno la faccenda prenderà un’altra piega, se si fa eccezione per i tramonti. L’alba, sì, certo, è sempre un bel guardare, ma bisogna fare giornata, giusto un ringhio ai piccoli che hanno imbrattato la grotta con i murales e via, il dovere chiama senza dargli modo di ammirare quel disegno lì del moccioso, il papi che infilza un bisonte, che è venuto pure bene”. Dite. Che cosa avreste pensato dopo un incipit simile? Credo che la maggior parte di voi avrebbe detto: «Ma che cavolo è ‘sta roba?». Appunto. Fermi. Un attimo. Se non fosse per il mio noto masochismo nella lettura penso che non avrei continuato, e avrei sbagliato. Meloni mi ha stupito una seconda volta, come nell’intervista che gli feci qualche mese addietro. Il suo nuovo libro va capito leggendolo, nel senso che il registro va interpretato avanzando a tentoni, certo, si intende, è chiaro fin dall’inizio che l’ironia è la chiave, ma che tipo di ironia? Ecco, questo è uno dei nodi. Vi sono capitoli demenziali, come il Test n.3 sulla beata gioventù o “The meaning of life reloaded” sulla scrittura e chi vorrebbe insegnarla, e altri illuminanti come “La gang del pensiero” o “A volte ritornano”. Tutto amalgamato portandoti a sorridere di continuo, con in testa una domanda perenne: «Ma come gli è venuta di pensare questa?». Meloni ti fa riflettere sorridendo, uno su tutti, il capitolo 11 “Alla pugna”: “Perché così è la vita. Da piccolo non sai un sacco di cose e da grande scopri che le cose che hai imparato non servono a granché. A sei anni vuoi fare l’astronauta. A diciannove prendi diciotto in Istituzioni di diritto romano e a ventisei reciti nella compagnia I sogni son desideri”. La sindrome di Forrest Gump è strepitosa, sì sì, parola azzeccata, perché è così che funziona, il concoVso di turno e spedisci la busta, il tuo sogno perduto è nella rosa dei vincitori, è statistico, più che altro. Dietro a ironie poco celate c’è un mondo di scribacchini che sopravvive nel sottobosco della scrittura, ai margini, tentando di giorno in giorno strade sulle quali trovare soddisfazione, rivalsa, gioia, ma non si considera che l’essere umano è spesso prevedibile, perfino nella semplice scelta di un titolo. Per tornare all’apertura del post, quando scrivevo che la partenza mi sembrava debole, devo ammettere di avere iniziato a leggere prevenuto, non mi convinceva. Poi ho capito, o meglio, ho interpretato il sarcasmo di Meloni, perché di questo si tratta, di sarcasmo. Ora ho compreso meglio anche le parole dell’intervista, il suo tono, che a una prima superficiale impressione potrebbe apparire presuntuoso, no, è il suo stile, come nella scrittura. L’epilogo è un sincero stupore, positivo stupore, quindi, non vi posso che consigliare il suo nuovo libro: “Io non ci volevo venire qui”. A volte vale più un sorriso meditato che una risata di pancia, e in ciò Meloni possiede una singolare originalità. Morgan Palmas

Da “Giudizio Universale” 13/10/2010: Precario e creativo, è il Fantozzi del 2000 Se al mitico ragioniere i cineforum aziendali non andavano giù, per le giovani generazioni di “sfigati” l’arte è una tragica vocazione. Io non ci volevo venire qui, di Angelo Orlando Meloni, è un manuale per chi rinuncia a tutto pur di inseguire la musa Da leggere se: a) Si ha un romanzo nel cassetto b) Il/la vostra migliore amico/a ha un romanzo nel cassetto c) Almeno una volta nella vita vi siete sentiti un artista incompreso. Di test senza punteggio come questo, coinvolgenti al limite del pudore, ce ne sono diversi nel libro del siracusano Angelo Orlando Meloni, Io non ci volevo venire qui. Breve manuale di autodistruzione per il conseguimento della felicità. Un romanzo di deformazione, come recita la quarta di copertina, la storia di un ragazzo normale, forse lo stesso Meloni, desideroso di una vita normale, ma troppo immerso nella normalità per fuggire alle lusinghe dell’arte. O della presunta arte. Il ritmo è quello cadenzato e diretto del manuale che si rivolge direttamente al lettore, senza risparmiare di tirare in causa, nome e cognome, amici e conoscenti dello stesso autore. Ma non è certo questo che fa delle avventure del protagonista una storia coinvolgente, quanto l’elenco grottesco e ironico di una serie di situazioni e personaggi, leggendo i quali sembrerà di essere finiti in una casa degli specchi o di essere preda di psicosi da déjà vu reiterati. Trent’anni fa un ispirato Paolo Villaggio creava il ragionier Fantozzi Ugo e attraverso la memorabile voce fuori campo dei film della saga, riusciva a stabilire un’empatia potente con la generazione del posto fisso, delle ferie e della sfiga. Oggi il personaggio di Meloni sembra il nipote di quella voce fuori campo ed empatizza con una generazione di disoccupati che investe il tempo libero votandosi all’arte e che in comune con l’altra ha solo una cosa: la sfiga. È la sfortuna che spinge violentemente gli eventi nel libro di Meloni ed è per sfortuna che il protagonista finisce invischiato in improbabili esperimenti artistici: dalle rock-band alle riprese di un cortometraggio senza tralasciare un’esperienza in teatro fino all’immancabile corso di scrittura creativa, incubatore di talenti quanto un vaccino per l’influenza. on le sue lusinghe e i suoi rifugi, con il suo mondo eletto ma non troppo, l’arte viene dipinta come la trappola che fin dai tempi delle caverne distrae l’uomo dalla vita felice e lo catapulta nel regno del fallimento reiterato. Non c’è salvezza perché “è l’arte che ha scelto per te, le altre alternative si sono squagliate come un pupazzo di neve nel Sahara”. Meloni scrive usando un linguaggio che è un misto di termini colti e colloquiali, alcune volte esagerando nello sballottare il lettore dalla riflessione intimista alla battuta trash. Le situazioni si susseguono da un capitolo all’altro, capitoli tutti titolati, come da manuale: Meloni potrebbe essere l’esponente di una chick-lit al maschile, ma più raffinata. Un genere che mancava alla felice stagione di autori siciliani immuni dalla sicilianitudine (Giorgio Vasta, Irene Chias, Giuseppe Rizzo, Giuseppe Schillaci) e anzi, abili indagatori della generazione “vicaria”, aggettivo preso in prestito proprio dalla Chias, che riconosce se stessa grazie alle epifanie che la narrativa le concede. Facile riconoscersi e riconoscere nella galleria di personaggi del libro di Meloni: dal “lontanissimo cugino, severissimo giudice di Cassazione, con il pallino della scrittura” che si trasforma nel mecenate del protagonista, al registaattoresceneggiatore Igor Bio che appende in salotto il curriculum, fino ai docenti di scrittura creativa, “prosatori post-parnassiani contemporanei” che etichettano i racconti come “troppo ombelicali” e crocefiggono sull’interrogativo: “Ma perché il lieto fine? Che significa?” Il finale del libro infatti è un lieto-amaro, ma più che lieta è la lettura di questa storia: soprattutto dopo le prime venti pagine, quando ci si accomoda per seguire con interesse i risultati dei sondaggi dell’Istituto di Ricerca Dora Venter, si fa autoanalisi per sapere se si è vittime della Sindrome di Forrest Gump e ci si mette a braccetto con Socrate Diogene e Platone, la Gang del Pensiero, per capire come si può stare felici su questa terra. Al riparo dall’arte, da un’identità incerta e da un avverbio troppo lungo. Eleonora Lombardo

Da “La Sicilia”, 18/05/2011 Meloni, improvvisazione e allegria Lo scrittore aretuseo al Salone del libro Angelo Orlando Meloni ha esaurito le copie in tutta Italia e il suo Io non ci volevo venire qui va in ristampa. Per festeggiare questo successo il giovane scrittore siracusano ha partecipato al salone internazionale del libro di Torino. Dopo Roma, Pisa, Palermo, Catania e i suoi spiritosi reading in giro per l’Italia, Meloni e il suo “manuale di autodistruzione per il conseguimento della felicità” ha colpito ancora. E ancora una volta grazie alla comicità del suo autore, che al salone del libro ha presentato il romanzo nel corso di uno storytelling collettivo intitolato Storytown, sul tema della paura. Tanto che per l’occasione Meloni ha definito la sua opera “il primo libro che ti protegge dalla parte oscura della forza”. E non a caso si è fatto fotografare mente usa il suo “manuale” come uno scudo per difendersi dalla spada laser di un cavaliere Jedi. L’improvvisazione e l’allegria sono state ancora le parole d’ordine ed eccezionalmente l’incontro torinese si è giocato tutto sulla somministrazione di un test che l’autore ha proposto ai partecipanti domenica scorsa. Meloni ha infatti presentato per la prima volta a Torino il “test di Io non ci volevo venire qui”: un’indagine sui motivi reconditi per cui partecipiamo a quei rituali che sono le presentazioni letterarie. “Una maniera scherzosa”, ha voluto precisare Meloni, “per proporsi senza l’involontaria seriosità che a volte contraddistingue certi eventi culturali”. Eleonora Vitale

Da “La Sicilia” del 23/10/2010 Meloni a Pisa per dare spettacolo con la scrittura Io non ci volevo venire qui è il titolo del suo primo romanzo, ma alla fine lui c’è andato, con soddisfazione ed emozione. È Angelo Orlando Meloni, giovane scrittore siracusano, giunto ieri mattina al “Pisa book festival” accreditata vetrina di editori indipendenti. Tra incontri, convegni, caffè letterari, stand e presentazioni anche Siracusa ha il suo spazio con questo stravagante personaggio che riesce a dar “spettacolo della sua scrittura”. Ha confessato subito la sua emozione per l’ingresso nei palinsesti letterari nazionali, senza dimenticare di precisare che “è sempre più bello fare un giro nella città in cui si vive”. E proprio Siracusa è la città in cui Angelo ha già avuto il suo miglior successo: complimenti e apprezzamenti sono sulla sua pagina facebook e tra i gruppi di giovani aretusei suo nome è conosciuto. Tanto quanto quello del suo secondo libro “ Io non ci volevo venire qui”, pubblicato da Del Vecchio editore, e che dopo Pisa lo condurrà a Roma, giovedì e in giro per la Sicilia con tappe a Enna Catania e Palermo per un mini-tour letterario assieme a un altro scrittore siracusano, Stefano Amato. Un successo per l’inventore di un “manuale di autodistruzione per il conseguimento della felicità” – questo l’efficace sottotitolo del testo di Meloni – che si è tuffato coraggiosamente nell’avventura dell’autobiografia immaginaria di un individuo senza talento in un momento che lui stesso definisce di “diffusa clonazione d’arte e d’artisti che hanno dimenticato cosa sia il sogno, la forza, il tentativo e l’errore”. E per queste stesse ragioni Angelo spiega di aver trovato nella sua vita di tutti i giorni e nei suoi oltre mille curriculum vitae inviati per la ricerca di un lavoro, la storia di un giovane qualunque e le sue esperienze pseudo. Artistiche, vissute tra compagnie teatrali di quartiere, scalcagnate scuole di scrittura, musicisti post-rock con la puzza sotto il naso e viaggi speranza alla ricerca della fama. “Lo specchio fedele di quello che accade – ha voluto precisare lo scrittore – quando l’istruzione di massa crea, quale imprevedibile sottoprodotto, un esercito di poti chitarristi anziché scienziati”. Che sia proprio lui il nuovo genio del romanzo di deformazione? Autentico. Eleonora Vitale

Da “Vivere”, supplemento de “La Sicilia”, 23/09/2010 Meloni e il peggio dell’Italia La chiave è l’ironia. Episodi brevi, piccoli racconti per un unico filo conduttore: “affrontarsi” cercando di non soccombere. Angelo Orlando Meloni, ha creato una selva di paradossi, quelli in cui si ritrova chiunque abbia voglia di mettere in gioco la creatività. Il libro si intitola Io non ci volevo venire qui. Più intrigante il sottotitolo: Breve manuale di autodistruzione per il conseguimento della felicità. Perché tutti noi capitiamo in posti in cui non vogliamo restare. Cinzia Zerbini

Su “Il Recensore Io non ci volevo venire qui (Del Vecchio, 2010) è un simpatico ed intelligente volume di Angelo Orlando Meloni, autore conosciuto per i suoi interventi su “Stilos” e per l’ottima capacità di comunicazione linguistica. Nello scorrere della narrazione l’autore riesce a disegnare i contorni di un quadro ben delineato in tutti i suoi aspetti. Meloni vuole sorprendere, vuole prendere in giro, bonariamente, il lettore e tira fuori un’opera che è un insieme di concatenamenti che si dipanano fino a scogliere l’immaginaria matassa. Se accettiamo il gioco, perché di gioco si tratta, intravediamo spunti interessantissimi e capiamo forse di più alcuni aspetti della società in cui viviamo. In un momento storico senza “maestri” e senza “guide” capaci di intraprendere percorsi collettivi molti sono i ragazzi che, paradossalmente, tentano la cosiddetta “via dell’arte”: musicisti, attori, poeti, un esercito di anime variegato ma non sempre consapevole della loro reale qualità. Tra il tragico e il comico Meloni prende in giro e si prende in giro. Quello che ne viene fuori è un vero e proprio “manuale di autodistruzione per il conseguimento della felicità” (come recita efficacemente il sottotitolo): improbabile manuale o romanzo tragicomico (con tanto di finale a sorpresa) si intravede tra le pagine del libro un desiderio di “travolgere tutto”, scendere fino al confine ultimo. Senza scomodare Aldo Palazzeschi o Tommaso Landolfi, Meloni sembra voler far riecheggiare autori come Paolo Villaggio, Kurt Vonnegut, Joseph Heller (quello di Comma 22 per intenderci) e ci riesce benissimo nonostante un appiglio personalissimo e innovativo. L’idea di una autobiografia immaginaria (e comica) di un individuo “senza talento” che cerca di fuggire dalle “sirene dell’arte” vince e soprattutto convince perché appare una confessione libera e dissacrata, senza preconcetti. Le storie si susseguono senza annoiare e trovando sempre, o quasi sempre, spunti da cui ripartire. Con questo procedere incalzante anche alcuni stereotipi, gettati qua e la con voluta non curanza, diventano parti necessarie ad un meccanismo che si nutre divorando i suoi stessi procedimenti. Matteo Chiavarone

Su “Letteratitudine Angelo Orlando Meloni ha innato il senso del paradosso, come tutti i genialoidi riesce ad avere una visione deformata della realtà che lo circonda, manipolarla a piacimento secondo i propri gusti e la spigliata fantasia per servirla, sotto forme di originalissime storie, nei suoi libri. Un autore dotato di raffinato senso dell’umorismo, disposto a giocare con le sue idiosincrasie, le paure, le fobie in una serie di gag irresistibili. Non ci si annoia di certo a leggere Io non ci volevo venire qui (Edizioni Del Vecchio, pagg. 118, €. 14,00). Angelo è uomo dalla fervida immaginazione e dallo spirito indomabile, riesce a trasformare in satira irriverente qualsiasi argomento tratta. Il suo è umorismo scoppiettante, i suoi personaggi bislacchi e improbabili, coinvolti in situazioni surreali, pirotecnici commedianti degli equivoci, strappano il sorriso anche a uno che ha già ricevuto l’estrema unzione. Un’umanità sgangherata, adorabile nella sua vacuità e sventatezza, composta da furbastri e aspiranti tali, che null’altro può pretendere, se non di essere assolta per legittimo impedimento. Si ride, a volte di gusto; altre con un velo di malinconia. Ma si riflette anche, sui personaggi che Angelo presenta: bizzarri, pirotecnici, millantatori. Profondamente umani e profondamente vulnerabili. Determinati a conquistare il mondo e già nati perdenti. Riuscire a coniugare ironia e letteratura, senza scadere nelle barzellette, è proprietà dei grandi scrittori e non vi è dubbio che Meloni sia uno scrittore di razza. Si può ricavare un romanzo gradevolissimo prendendo spunto dai piccoli fatti quotidiani? Sì, se l’idea viene a un autore dotato di esplosiva scrittura, disposto a mettere in gioco se stesso con spietata ironia, consapevole di voler infrangere la barriera dell’appiattimento, del quieto vivere, del chinare il capo rassegnati all’inerzia, per far emergere contraddizioni, prepotenze e malcostume. Un libro attualissimo, una sorsata di acqua fresca, a tratti delirante, estasiante, spumeggiante, esplora territori narrativi in grado di fare vibrare corde disperatamente umane. Salvo Zappulla

Da “Booksblog.com Diciamocelo sinceramente. Chi nel proprio intimo non ha mai desiderato di fare l’artista? O meglio quanti di noi, una o più volte nella vita, non hanno avvertito il sacro slancio che confonde le pratiche quotidiane con l’atto creativo di qualcosa che rimarrà nel ricordo dei posteri. Perché “…l’arte ti vuole con sé e alle vocazioni si deve rispondere, non puoi nasconderti dietro un dito, anche perché ti sporcheresti”. Il talento artistico non ha bisogno dell’approvazione della fama per potersi esprimere. Esiste nella testa dell’aspirante scrittore, musicista, pittore, cabarettista, attore. È questa la contraddizione che Angelo Orlando Meloni indaga, ironicamente, tra citazioni pop, divagazioni musicali ed episodi al limite dell’inverosimile. La bellezza di questo romanzo di (de)formazione sta proprio nell’oscillazione tra formazione popolare e aspirazioni artistiche, più o meno convinte. Nella tensione tra quel che “avrei voluto essere” e l’accettazione della realtà. La narrazione sarcastica e frizzante dà il meglio di sé nella prima parte del romanzo-autobiografia dove la pretesa letteraria si libera delle costrizioni narrative e lascia il posto a episodi e situazioni divertenti. E sono diverse le circostanze in cui chiunque potrebbe rileggersi. “Chi ammetterebbe di aver passato più tempo al Museo del sesso di Amsterdam che in quello di Van Gogh?”. Un libro da divorare in poche ore, soprattutto nel caso in cui desideriate rimarcare, ancora una volta, quanto sia patetica la mediocrità piccolo-borghese dell’essere artisti incompresi. Luca Valente

Su “Mangialibri Sta a vedere che la colpa è delle frasette ‘a fantasia’ che ti faceva fare la maestra alle elementari, quelle nelle quali bisognava obbligatoriamente infilare questo o quell’avverbio, con risultati comicissimi. Sta a vedere che nonostante la faticaccia la tua passione per la scrittura è nata là. O dalla passione per i Pink Floyd (chissà cosa è nato dalla passione di qualche tuo amico per gli Ultravox, che sono ben presto spariti dalla circolazione!), che hai scoperto in una estate lontana al jukebox del Lido Arenella, nella tua assolata Siracusa. Oppure è colpa di quello zio che voleva cambiare il mondo in espadrillas e capelli lunghi e ora invece al massimo cambia Bmw, proprio quello che ha scambiato il curriculum che stavi spedendo alla fabbrica di tonno in scatola del cavalier Carmine Cocunno per un posto da guardiano notturno per un racconto e ti ha iscritto al prestigioso corso di scrittura creativa della Scuola Harold Frescon. O magari è colpa dell’alfabetizzazione di massa, che non si sa perché invece di creare schiere di matematici fa sì che le città rigurgitino moltitudini di aspiranti artisti, gente come te che hai provato invano per anni a strimpellare la chitarra acustica e hai nel cassetto un romanzo di fantascienza di 400 pagine, o come tale Igor Bio, un atroce figlio di papà che ha studiato Regia a New York e ora sta per coinvolgerti in una pazzesca messa in scena di “Molto rumore per nulla” di William Shakespeare… Tra un profluvio di citazioni pop, la storia di un perfetto esponente di quelle generazione X che ha creduto (e purtroppo crede ancora) di avere il diritto di rivendicare l’espressione di un talento artistico purchessia, un talento che spesso esiste solo nella testa del sedicente scrittore, poeta, musicista, pittore, fotografo, regista, attore, cineasta, performer. Il tutto con dosi massicce di salutare (auto)ironia. Del resto, chi è senza cd autoprodotto, cortometraggio o romanzo nel cassetto scagli la prima pietra. Angelo Orlando Meloni non nasconde i richiami allo stile surreale di Paolo Villaggio e al cabarettismo ‘sociale’ à la Zelig, rivendicando per sé un ruolo (molto, molto ambizioso) da Woody Allen di provincia meridionale: e i momenti più felici del libro infatti sono proprio quelli in cui la dissonanza tra il background medio-borghese siciliano del protagonista e le sue pretese di maledettismo artistico si fa più grottesca (spassosissimo il racconto della prima dell’adattamento avant garde di Molto rumore per nulla nell’oratorio parrocchiale). Il ricorso a sconclusionati (a volte troppo) test qua e là fa da contrappunto a una narrazione che scorre senza intoppi, facendo di Io non ci volevo venire qui il piacevole compagno di qualche ora di lettura David Frati

Da “Sicilia Oggi” del 24/07/2010 Verità e fantasia nel romanzo di Orlando Meloni La constatazione che le nostre città sono ricolme di artisti in erba invece che di scienziati ha spinto Angelo Orlando Meloni a scrivere Io non ci volevo venire qui, un “breve manuale di autodistruzione per il conseguimento della felicità” (pp. 128, euro 14,00 – Del Vecchio Editore). “Uno spunto che si è trasformato in ossessione nel momento in cui ho cominciato a temere che al bar invece dello scontrino mi passassero una poesia o che in mezzo alla frutta l’insospettabile verduraio mi consegnasse un cd autoprodotto di noise jazz – spiega l’autore – Siamo talmente pieni di romanzi nel cassetto che i nostri cassetti stanno per esplodere. Ho messo in fila le mie impressioni ed è nata una storia articolata, che è un romanzo tragicomico con tanto di finale a sorpresa, ma allo stesso tempo una parodia di quei manuali che si vedono in giro, robe tipo L’infradito e la scoperta della gioia o I segreti del bricolage e il tantra”. Qual è la caratteristica del protagonista? Cosa sogna per migliorare la vita? Con cosa si scontra? “Il protagonista sogna di poter sbarcare il lunario, che è un sogno condiviso da una grossa fetta della popolazione italiana, mi sa, e si scontra con una dura realtà fatta di volontariato lavorativo e stipendi da fame. Come se ciò non bastasse, nello spazio lasciato libero ai desideri e alle idealità l’orrore contemporaneo trova modo di incunearsi anche nelle menti dei puri, e parte un altro giro di sogni mostruosamente proibiti. George Romero aveva ragione. E il risultato è tragicomico”. Personaggi, fatti ed esperienze che appaiono nel libro sono reali? “In questo, che vuole essere anche autoironico, c’è qualcosina di vero che si mescola con l’invenzione. Ma attenzione a cercare di capire cosa, a volte gli episodi reali sono più goffi, imponderabili, buffi di quelli inventati”. Ci vuoi raccontare un particolare della storia? “È un libro che procede come a cascata fino alla sua conclusione, ci sono tanti particolari e tanti episodi tra loro collegati fino all’ultimo. Posso però dirvi che molte persone si stanno riconoscendo in alcuni personaggi. E molte di più mi confessano che anche loro nella vita hanno dovuto affrontare un vampiro psichico alla Igor Bio, aspirante regista dall’ego smisurato. Uno di quei personaggi che si cibano dell’adulazione degli altri e riescono a coinvolgere anche i puri di cuore in devastanti disavventure artistiche. Chi non si è mai lasciato irretire da una messa in scena rionale alzi la mano”. Quali sono i “tuoi” libri, quelli che hanno rappresentato qualcosa di importante per te o che hai tenuto e mente scrivendo questo romanzo? “Premesso che vi sono più fonti d’ispirazione, giochiamo a carte scoperte: quale esempio negativo una è stata l’accademichese dei testi universitari, quel linguaggio poco chiaro e ricco di avverbi, aggettivi e locuzioni bislacche che fa impallidire i periodi più lunghi e complessi di William Faulkner, vere e proprie vie crucis sintattiche che stroncano anche gli studenti più forti. Fermo restando che questo libro è un giocattolo e con il pretesto di suscitare un risata nei lettori più generosi vuole far riflettere sul fatto che se un mondo privo di arte sarebbe un inferno un mondo fatto solo di artisti sarebbe invivibile, è chiaro che io ho letto un bel po’ prima di provare a scrivere qualcosa. Leggere è la più importante scuola di scrittura. A volte il dovere ci costringe a punirci con malloppi insopportabili, ma il principio del piacere mi ha portato negli ultimi anni a rileggere con grande soddisfazione autori come Aldo Palazzeschi, Tommaso Landolfi, Paolo Villaggio, Kurt Vonnegut, Joseph Heller”. Emanuela Zuppardi

Mondo scrittura INCVVQ è una raccolta di eventi concatenati nel tempo, con protagonista un giovane universitario affascinato dalla scrittura e dal cinema. Oltre a ficcarsi in situazioni irriverenti, allucinanti e sfiziose per intervento di zii severissimi magistrati della cassazione, ciò spesso accade perché il protagonista cerca di attirare l’attenzione del mondo femminile, un espediente narrativo tanto semplice quanto efficace. Il ragazzo su cui verte il libro riflette sui microtraumi dell’esistenza a partire dalle frasette a fantasia date per compito dalla maestra, rese terribili dalla necessità di usare parole chiave, una tra tutte: lungamente. Eppure la vita gli insegnerà molto presto che c’è di peggio. Gli avverbi, per esempio. I consigli, per continuare in un crescendo drammatico: “Chi non ha paura di un buon consiglio? Io per esempio ho paura. Molta paura. Evito di darli e di riceverli e se li ricevo mi sforzo di dimenticarli”. Godibile la performance del protagonista arruolato come assistente di regia all’interno di una fantomatica associazione culturale di dilettanti allo sbaraglio, che si adopera per la messa in scena di un adattamento di Molto rumore per nulla. Nell’episodio, intitolato Alla pugna, si tocca l’apice del divertimento nel momento in cui egli si trova costretto a recitare una battuta. Seguono vicende agrodolci in un clima sempre più intrigante, strumenti efficaci per evidenziare alcuni aspetti ridicoli della società moderna. Ma pure adatti per mettere alla gogna il tentativo di evadere dalla quotidianità a dispetto della propria mediocrità spesso vidimata dalla vigliaccheria degli amici di famiglia e dall’incapacità di ridimensionare i propri figli tipica di tanti genitori contemporanei. L’antieroe di Meloni ricalca in un certo qual senso il Fantozzi di Villaggio, anch’egli narratore disincantato di situazioni comiche e tristi insieme. Con la variante di avere qui riferimenti attuali, uno svecchiamento delle situazioni e una certa tendenza a tirare in ballo personaggi che appartengono al mondo della fantascienza sotto forma di film o di cartoni animati. Basta pensare ai frequenti rimandi a Spock di Star Trek, a Guerre Stellari di George Lucas e a Capitan Harlock, disegno animato nipponico con protagonista un pirata stellare, sempre rigorosamente datato anni settanta. Sottofondo musicale dei primi capitoli è pure Another Brick in the Wall, tratto dall’album The Wall, dei Pink Floyd, 1979. L’omaggio a Paolo Villaggio si rafforza con la descrizione dei vestiti del battaglione invitato a Cinema Workshop3000, abiti indossati dal protagonista e da un piccolo codazzo di amici diretti a Chamois per girare un cortometraggio dopo aver inviato un testo che ha passato miracolosamente le selezioni. L’episodio fa seguito a un capitolo in cui il messaggio di Meloni tocca il culmine, tutto dedicato alla sindrome di Forrest Gump. Ossia, alla tendenza a voler scrivere una storia a tutti i costi, una storia che per non essere noiosa deve essere costellata di personaggi e luoghi celebri. Con l’ambizione di tratteggiare un soggetto che potrebbe ambire all’Oscar, al David al Leone d’oro o addirittura al Telegatto. Senza dimenticare la cronaca semi onirica della serata passata dal gruppetto al casinò e il veloce richiamo al geometra Calboni. Il titolo della serie, Noio volevam savuar, rimanda tuttavia anche ad altri mostri sacri della commedia nostrana palesando un sentito tributo a Totò e a Peppino, questa volta. Pepino De Filippo anche noto per la celebre frase: fare piangere è meno difficile che far ridere. Per questo, teatralmente parlando, preferisco il genere farsesco. L’excursus conta anche un test, che abilita probabilmente alla conquista di un patentino finale dato che il sottotitolo considera il libro alla stregua di un manuale di autodistruzione per il conseguimento della felicità. Una felicità chimera sfuggente fin dagli anni tardo adolescenziali. Da citare il dissacrante stralcio dedicato alla riunione del circolo Anton Makarenko di Aspano, comitato ispirato agli ideali comunisti, dove la riunione per la votazione per decidere i termini di un’incisiva azione di protesta finisce a tarallucci e vino. Come pure l’evocazione di Socrate, Diogene, Platone, filosofi proiettati malamente ai tempi nostri, riflesso di una satira irriverente che confluisce in un orizzonte decadente. Meloni spazia in vari contesti e lo si fa con in primo piano personaggi vari, attori, pseudo registi, amici, familiari, tutti con nomi e cognomi. Sembra un universo palpabile, il suo, quasi di persone che si conoscono davvero. Tanto più che il punto di vista è molto spontaneo, disincantato, quasi ingenuo. I capitoli sono brevi ma forse questa è proprio una delle chiavi dell’efficacia della comicità di Meloni: prolungare troppo un episodio probabilmente toglierebbe mordente al contesto, potrebbe sminuire la lotta estenuante del protagonista che cerca di venir fuori indenne dall’ennesima situazione al limite. La trama non è sempre originalissima, i luoghi comuni ci sono ma forse è giusto che ci siano in un ambito tipicamente nazionale, ma comunque sempre ben cesellato di spunti frizzanti. Il senso della giusta misura, ancora una volta, si dimostra un ingrediente vincente, tanto più nella formulazione di un’opera umoristica. Il linguaggio di Meloni è discorsivo, familiare, denso di parole comuni e di modi di dire. Ma nello stesso tempo sempre corretto, fluido e veloce. La sintassi è leggera, caratterizzata da un buon equilibrio tra espressioni colorite e pensieri compiuti. Spesso, tuttavia, emergono anche frasi incisive, graffianti come schegge di vetro, che lasciano attoniti e che precipitano il lettore in una densa atmosfera tragicomica intessuta con maestria proprio in previsione dello schianto. Un linguaggio che lega fortemente, dunque, parola e riflessioni, che disegna suggestivi quadretti resi tanto più efficaci quanto più a muoversi dentro di essi sono nonne, zie, madri e di nuovo zii severissimi magistrati della cassazione.

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