Siracusa, tu mi hai provocato e io me te magno

nando_mericoni

Siracusa, tu mi hai provocato e io me te magno – Cultura e pensiero magico nella capitale della cultura 

La notiziona di questi giorni è che Siracusa si vuole candidare a capitale della cultura. Capitale-della-cultura. In effetti suona bene. E poi, non abbiamo forse il buon vecchio Teatro Greco? Cosa vogliamo di più? Peccato che il prestigioso sito archeologico di per sé non assicuri la diffusione della cultura. A meno che se ne usino le vestigia, opportunamente scomposte in blocchetti, per imparare a contare. L’ambizioso progetto sembra basarsi su di un sentimento da cui la città non vuole separarsi. Un miscuglio di delirio d’onnipotenza e nostalgia per l’età dell’oro da cui non riusciamo a guarire. Per anni, nel tentativo di riguadagnare il ruolo che le sacre & preziose pergamene assegnano all’inclita comunità aretusea, si è spinto l’acceleratore sulle sorti turistiche e progressive della città più bella del mondo. Risultato: siamo pieni di alberghi per miliardari e le strade, invece, sono desolate come dopo un bombardamento. Siracusa, trasformata in un insediamento di diritto privato che culla il sogno di ospitare i super ricchi, si è dimenticata dei suoi cittadini. Il fallimento della grandeur liberista vagheggiata dagli adoratori della spritz-economy è evidente, ma senza nemmeno darci il tempo di tirare un sospiro di sollievo e di celebrare la fine di un’era, ecco che qualcuno tira fuori dal cappello a cilindro il mega-progetto “Siracusa capitale della cultura”. È proprio vero che ogni giorno ha la sua pena. In sé e per sé non c’è niente di male a concorrere come capitale della cultura, questo è chiaro, e nessuno vuole mettersi a gufare contro la nuova giunta. Anzi, sarei il primo a dire “evviva” e applaudire qualora si raggiungesse qualche buon risultato. Questo spero sia chiaro a tutti, ma allo stesso modo vorrei che fosse chiara a tutti un’altra cosa, che ha a che fare con il metodo.

Il problema nasce infatti nel momento in cui la “cultura” diventa un’etichetta e nulla più. Eppure dovrebbe essere evidente che non basta pronunciare la parola “cultura” per diffondere la cultura. Che non basta la presenza di alcuni monumenti per far sì che i cittadini si appassionino di matematica superiore o filosofia antica. Perché se funzionasse così, se bastasse pronunciare la parola “cultura” per fare cultura, si tratterebbe di stregoneria. Sarebbe pensiero magico, pre-scientifico, quella roba che fa accadere le cose evocandole e agitando una bacchetta. La tiritera del nuovo splendore siracusano, insomma, non è nient’altro che un sortilegio. E i siracusani se la sono cantata e suonata da soli così tante volte da cadere in uno stuporoso stato di trance che ha permesso alla peggiore classe dirigente di tutti i tempi di perseguire i suoi obiettivi nel disinteresse generale. Guardavamo l’orizzonte aspettando il miracolo, abbacinati dalla “cultura”, dagli antichi greci, da Sofocle, Aristotile e Aristofane, e qualcuno ci sfilava il portafogli dalle chiappe.

Questo potente e rapinoso incantamento ci ha tenuti sotto scacco per generazioni, generazioni cresciute a pasta coi taddi e forme di pane detto “scollo”, convinte di vivere nel migliore degli inquinamenti ambientali possibili. Eppure oggi non è più così efficace, non come lo era un tempo, perché qualcuno, a poco a poco, si sta risvegliando. È come nel film Matrix, con l’unica differenza che a Siracusa Neo andrebbe in giro sullo scooter, in canottiera e pantaloni a pinocchietto, fischiettando canzoni neomelodiche. Ma vorrei ben vedere, d’altronde, se il nostro Neo-melodico non si risvegliasse dopo essersi spaccato le corna in una delle gigantesche buche che squarciano le strade della nostra dilaniata cittadina. Credetemi, non è piacevolissimo discettare del teorema di Gödel e dei suoi rapporti con la  narrativa contemporanea saltando da una scaffa all’altra. Possiamo pronunciare la parola “Platone” anche cento volte, mille volte, ma l’aria appestata di prodotti chimici non profumerà di gelsomino né i servizi pubblici diventeranno più efficienti. La nostra capitale della cultura è stata devastata dall’incuria, dal pressapochismo di quei negletti che hanno dato prova della loro grettezza camuffandola con una posa alla mister Wolf, quello che “risolveva problemi”. Ma la verità è che più che in un film di Quentin Tarantino la sensazione è stata quella di essere stati amministrati da Nando Mericoni.
“Siracusa, mi hai provocato e io me te magno”.

Il buon senso ci suggerisce perciò di abbandonare la strada del pensiero magico e di cercare di rimettere assieme i cocci. Rincorrere i mega-eventi significherebbe al contrario continuare ad agitare le cupe acque del mondo prescientifico nella speranza che dal calderone venga fuori una sinuosa silfide al posto del solito, avido zombi con l’alito pesante. Ma se da un lato è così difficile resistere al richiamo delle sirene e dei lustrini, degli aperitivi, degli amorazzi e dei dentifricii, a quel mondo fatato che vive in una bolla temporale di serate danzanti anni ‘80, indifferente al principio di non contraddizione, all’eterno ritorno degli aperitivi, una cosa però forse alla fin fine l’ho imparata. L’abbiamo imparata. Lo spettacolo del trionfalismo economico-turistico, questa lunga, noiosa gara a chi la sparava più grossa, ci hanno insegnato infatti a diffidare di quelli che usano la parola “cultura” come se fosse parmigiano grattugiato (e si sa, il parmigiano va bene su tutto). Possiamo sgolarci fino a mandare ai matti i vicini, uscire sui balconi e urlare “culturaaa” al tramonto o alla luna piena, ma non servirà a granché. Siracusa, e i suoi monumenti, meritano ben altro. Quanto meno, che qualcuno ripari le strade, perché se vogliamo diventare davvero la capitale della cultura dobbiamo finirla di mettere la polvere sotto il tappeto buono.

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