Stufato d’uomo per società in disgrazia

Nota: scrissi quest’articolo che effonde allegrezza, insieme al degno compare Ivan Baio, per Dolce attesa, una rubrica che curavamo all’interno di Doppiozero. Il futurometro mi ha suggerito di rileggere i vecchi articoli, che erano molto belli, sinceri. Intendo gli articoli scritti dai collaboratori, le loro testimonianze, le loro dolci attese. Non i miei pezzi. Se ci date un occhio, troverete roba interessante.

Dividete il tempo in due: quello trascorso davanti alla playstation e l’altro. Così da non avere dubbi. Sarete ricchi, armati fino ai denti, coraggiosi e immortali, e vi saranno assegnate delle missioni.

Nella parte residuale del tempo libero (che vi apparirà virtuale) incontrate qualcuno. Gli amici, i conoscenti, rigorosamente disoccupati o semioccupati, sono diventati entusiasti cercatori di (lav)oro, avatar che portano sulla fronte il marchio lampeggiante dell’euro. Ora pensate quanto sia maturo trascorrere il proprio tempo a cercare lavoro, ma anche quanto spaventoso sia esserne felici, così da non lasciare al senso di colpa il tempo di attecchire. Se fallite nel tentativo correte davanti allo specchio. Mollate il vostro viso segnato dalle battaglie a largo di isole esotiche per passare alla fantasia psichedelica di una tovaglietta e quindi alla tazza del cesso. Instaurate con essa un rapporto di mutuo soccorso. Pisciarci dentro contribuirà a consolidare la sua personalità e lei vi permetterà, in cambio, di marchiare il territorio. Gridate quindi: “Questa terra è mia, questo tempo è il mio tempo!” e tirate lo sciacquone, vi sentirete meglio.

Chiedetevi adesso cosa sia un disoccupato (la gente sa solo cosa non è) e fatelo ripetutamente finché non resti che la parola. Ripetete anche questa fino a farla svanire del tutto. Col tempo e la pratica alla parola “disoccupato” assocerete meccanicamente la porta di un cesso di quelli da cinema dove i cubicoli sono in batteria uno accanto all’altro, una porta bianca che si apre docile alla prima lieve spinta. In questa fantasia, la porta interromperà la sua corsa verso il mattonellato interno al cubicolo rimbalzando contro le chiappe di un uomo che si volta a guardarvi storto perché avete osato aprire una porta aperta. Non abbiate paura. Considerate a voce alta quanto aprire una porta aperta sia, di fatto, non fare nulla e la questione vi apparirà cambiata. Avete scoperto che non è tanto l’essere occupati, ma se c’è un posto libero. Potete finalmente dedurne che, se il posto è occupato, maturo o no, meglio fare l’agente segreto. Concedete ai sensi di colpa un minuto per ripresentarsi. Prendete atto del fatto che ne siete fuori.

Nei manualetti di economia per principianti, il tempo a disposizione del disoccupato è una favola, con tanto di agnizione. In “second life”, cioè nel mondo reale, il disoccupato italiano partecipa a un’asta al ribasso, offrendosi a condizioni sempre più infauste per lavori sempre più virtuali. L’esorbitante numero di laureati in discipline umanistiche cavalca l’onda appiccicosa del suo viscoso tempo libero prima di sfracellarsi contro la scogliera. Questo il finale di partita, che si dipana nelle ore viscose alla playstation o nei vagheggiamenti per l’apertura di un caffè letterario o di una bottega di poesia, alati consigli e perline. È come se un’intera generazione si fosse offerta volontariamente e con il sorriso sulle labbra per un sacrificio rituale.

GAME OVER.

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