Vita, morte e miracoli

Da un po’ di tempo il mio cervello cerca di suggerirmi qualcosa. Ma siccome non capisco cosa voglia suggerirmi, in genere mi sparo un’aspirina e comincio a leggere un libro. Il libro in questione è Vita, morte e miracoli del giovine (davvero giovane, perché ha meno di trent’anni e può fregiarsi del titolo) Roberto Mandracchia. Ma qual è la sensazione che mi guida, quale il motivo di questa sottile angoscia, di questo tremito nella forza? È forse la certezza di essere stato scagliato su di un pianeta dove si legge pochissimo ma si parla moltissimo del fatto che nessuno legge? E questo senza che mai dico mai qualcuno provi ad alzare il ditino e suggerire: “Forse nessuno legge perché stampiamo libri poco interessanti?” Mai che nessuno si chieda perché un operaio (quei pochi rimasti) dopo nove ore di turno o un neurochirurgo reduce dalla sala operatoria debbano obbedire all’intimo comandamento di sorbirsi le ultime novità in materia di auto-fiction e rimbambimenti senili della nostra logora civiltà occidentale. Già, perché? Non lo so. So però che Vita, morte e miracoli me lo sono slurpato dalla prima all’ultima pagina traendone sollazzo. Questo so. E so pure che se quasi nessuno legge, non è che questi tizi abbiano tutti i torti. Sfido chiunque a entrare in libreria, beccarsi dritto nel nervo ottico il riflesso delle lampadine da cinquecentomila watt su una delle millemila copertine lucide con un bel faccione stampato sopra (come si usa di questi tempi) e riuscire a trattenere il vomito. Ma in questo caso, ragazzi, non c’è bisogno di ricorrere a un antiemetico.

Mandracchia è giovane e la sua scrittura è giovine. Ma ha fatto a meno del fantasma di purezza, o se lo porta appresso con nonchalance, e ci ha raccontato una commedia amarissima. Riso amaro, quelle cose lì, insomma, dove ridi per non piangere. Si è inventato una specie di super-dialetto che ti entra in testa e non esce più (e a me ricorda un personaggio di Leo Ortolani), ci ha fatto sguazzare una serie di cialtroni affetti da pensiero magico di ritorno (cosa quanto mai attuale), e nella palude stigia di un paesello popolato da bestiazze che risultano tutte deliziosamente antipatiche ha piazzato l’eroe. O l’antieroe, o quel che è. Il povero Canio, dal ginocchio valgo, custode del cimitero, e anche – sebbene sia distante anni luce dallo stereotipo del vecchio saggio, Yoda di provincia – custode del buon senso dei suoi concittadini. Che con ogni probabilità è stato sepolto insieme alle spoglie dei compaesani. Quando infine una vegliarda comincerà a parlare con i santuzzi e con i morticini e la vita in paese si sarà trasformata in un’antiutopia da sbronza cattiva, la faccenda per Canio diventerà tremendamente seria. Come, perché, in che modo? E mica ve lo dico qua, se lo volete scoprire leggetevi il romanzo. Dal canto mio posso assicurarvi che ho scoperto la causa di questa sottile angoscia che mi angosciava viepiù. Perché Vita, morte e miracoli è l’ennesimo romanzo italiano scritto in prima persona. Come per un virus intestinale con cacarella a spruzzo, la prima persona da un po’ di tempo a questa parte sta spruzzando fiotti di parole e capitoli su capitoli dalle penne dell’italica nazione. Dove ti giri giri, è tutto un incontinente rigurgito di “io”. Avevo gridato mai più, no pasaràn, stop! Avevo promesso lo sciopero della lettura e la sospensione del giudizio in attesa di un fermo biologico, di una moratoria sull’uso indiscriminato della prima persona, questa moderna arma di ammorbamento di massa. Avevo pensato un sacco di cose e avevo pensato di avere capito un sacco di cose. Soprattutto sulla letteratura. Poi ho letto il libro di Roberto Mandracchia e l’uso della prima persona, nel suo romanzo, mi è piaciuto, mi è piaciuto anzichenò, mi è piaciuto davvero. E ho capito che capirci qualcosa può essere d’aiuto quando studiamo la meccanica quantistica, ma per quanto riguarda la letteratura non è necessariamente una mano santa.

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