Competenze trasversali

Dunque mi dicono, leggi questo libro, dai, orsù, ohibò. Leggi Le competenze trasversali dell’amore di Angelo Dolce. Leggi che non è male, leggi che fa bene leggere, leggi che ti diverti secondo me. E io leggo. Lo leggo con attenzione. Con attenzione crescente. Dapprima inarco un sopracciglio, poi dico “ma sì”, infine “olè”. Le competenze trasversali dell’amore è un romanzo grottesco e a suo modo serissimo, che ci racconta la torbida ma liberatoria tresca tra Lorenza, una professoressa di matematica cinquantenne, e il giovin supplente di musica. Attenzione, però, non siamo dalle parti di faccende quali la liberazione sessuale, la riconquista della sessualità, il sesso e l’amore non conoscono confini e altre amenità simili, già più volte raccontateci con risultati che sconosco perché da un po’ di tempo evito con cura la letteratura fricchetton-pedagogica. Qui stiamo facendo un bel viaggetto nella modesta abiezione contemporanea, il solito infernetto in cui tutti abitiamo e che contribuiamo a render più vivido comportandoci come se avessimo dieci vite a disposizione. Narrato in prima persona, il romanzo ci fa conoscere così questa Lorenza, professoressa frustrata e disumana (all’inizio) che si vendica con le sue alunne di tutta l’insensatezza subita dentro casa (marito affetto da stupor e rampollo idiota, solo la figlia sembra salvarsi dall’infimo quadretto familiare). Ma quando l’amore e l’afrore alfine sbocceranno, la nostra professoressa si trasformerà e non sarà più quel mostro sadico che terrorizzava la sconvolta scolaresca. Ebbene sì, le sue alunne a poco a poco cominceranno a rispettarla. Prodigi dell’amore, la nostra detestabile professoressa è diventata una maestra di vita & approccio filosofico alla pencolante baracca che chiamiamo “esistenza”. Ma poiché questa è una storia strampalata, non vi ho rinvenuto alcuna morale: la grottesca storia di sesso (e poco amore) con il giovin supplente avrà pertanto il suo lato oscuro. Quale? Scopritelo leggendo. Particolarmente riuscita, inoltre, è l’idea di sfruttare il gergo burocratico, e il pedagogese, per dare voce a questo racconto la cui protagonista è mostro e vittima allo stesso tempo, eroina e carnefice di se stessa. Un libro strampalato, dicevo, che non mi ha insegnato niente e che proprio per questo mi sono divertito un sacco a leggere.

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