Se vivessimo in un paese normale

se-vivessimo-in-un-paese-normale“Un romanzo di una comicità debordante”, leggo sulla copertina di Se vivessimo in un paese normale, scoppiettante librettino di Juan Pablo Villalobos, tradotto da Stefania Marinoni e pubblicato da Gran Vía. Uhm… comicità debordante, dicevamo, e qui scatta l’allarme. Ma non perché mi voglio iscrivere nel club dei lettori in cerca di profondi significati che disvelino le complesse trame della contemporaneità attraverso la soppressione dei dialoghi e del principio del piacere. Tutt’altro. L’allarme scatta perché, per motivi che al momento mi sfuggono, ho il vago sospetto che dalle nostre parti il concetto di comicità a volte tenda a espandersi fino a includere la risatina a denti stretti, il gioco di parole, il riferimento ultracolto eccetera eccetera eccetera. Penso allo spumeggiante, memorabile I due allegri indiani di J. Rodolfo Wilcock, per esempio, e al fatto che secondo le indicazioni redazionali leggendolo “si ride a ogni pagina, a ogni episodio, a ogni sberleffo, a ogni nuova invenzione verbale”. Si ride a ogni invenzione verbale? Forse sul pianeta Vulcano un orecchie-a-punta in vena di facezie potrebbe dare di gomito a un suo simile dopo un’invenzione verbale. O forse in un lontano futuro, quando la razza umana si sarà evoluta oltre i suoi limiti, gli uomini rideranno con la lacrime rileggendo i tentativi infruttuosi dei matematici che cercavano di confutare la congettura di Poincaré. Una faccenda interessante, lo riconosco, ma in attesa di nuovi sviluppi per ora sembra più accorto tener distinte le risatone che fanno doler la pancia dal godimento intellettuale e lasciare ai posteri l’utopia (o la distopia) d’una comicità astratta degna di mister Spock.

Mettendo da parte la questione aperta del rapporto tra l’umorismo e gli intellettuali all’inizio del XXI secolo, mi sento di aggiungere ancora che qualora vi facciate un giro per queste pagine non perderete il vostro tempo e che con ogni probabilità vi lascerete risucchiare dalla storia del giovane Oreste, di suo fratello Aristotele, dei finti gemelli Castore e Polluce. I nostri vivono nel paese messicano di Lagos, nel colle della merda (e già), figli di un professore di educazione civica con il pallino dell’antica Grecia, il cui hobby principale è sacramentare contro i politici di fronte alle tv. Una famiglia di quel ceto medio il cui, chiamiamolo così, potere d’acquisto si sgretola inesorabilmente, misurato sul declinante quantitativo di formaggio contenuto nelle quesadillas che mangiano ogni giorno. L’autore, nel descrivere le loro disavventure, va così a disegnare un gioiellino umoristico che assesta continue bordate al neoliberismo che ha piallato il suddetto ceto medio messicano e che alla fine andrà a spegnersi con una scena madre che sa tanto di buon vecchio realismo magico. Perché non è che sia il massimo, questa scena madre farcita non di formaggio quanto del suddetto realismo magico, anzi, sa un po’ di piatto riscaldato, sa un po’ di “imperiale di frigo”. Avete presente quel momento in cui il soggetto A animato da una appetito sovrannaturale apre il frigorifero B e deposita su di un piatto o vassoio C tutto quello che trova dentro il frigo? Ecco, a me il finale di questo romanzo è sembrato un’imperiale di frigo, ma è quel che accade prima, la marea montante di surrealismo & idiotismo efficientista, a sorprenderci e divertirci. Se vivessimo in un paese normale compone una “microfisica del fottere e dell’essere fottuti” (come scrive Federica Arnoldi in un bell’articolo pubblicato su Doppiozero) a tratti irresistibile, che se non vi farà sganasciare dalle risate vi saprà sorprendere in più di una pagina.

NOTA: quest’articolo è stato originariamente pubblicato sulla rivista Senzaudio.

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