Troppi scrittori? Una modesta soluzione (democratica) a un falso problema

chewbacca

In Italia tutti vogliono scrivere, chiunque si improvvisa poeta e scrittore, e ci sono miriadi di scrittori e pochissimi lettori. Chi non ha mai sentito questa storia? Chi non ha mai sentito l’addolorata canzone delle librerie straripanti e tutta la lunga sinfonia che segue l’ouverture? “Altro che scrivere, gente, bisogna leggere!”
Detta così, certamente, la cosa sembra ragionevole. Esige gli applausi. Raccatta i sospiri. Titilla la libido dei meno smaliziati. Detta così. Peccato che a ragionarci su il problema si sgonfi. Sentite un po’ la mia versione dei fatti.

Fino a un bip di anni fa, eravamo quasi tutti analfabeti. A metà dell’Ottocento in Italia del Sud la percentuale di analfabetismo era più impressionate di un film di Mimmo Calopresti visto al contrario sotto effetto di LSD. Gli analfabeti erano molti, tanti, troppi, superavano il 50% della popolazione. È stato solo nel corso del Ventesimo secolo che in Europa, e anche nel resto del mondo, si è compiuta l’alfabetizzazione di massa. E se fino a pochi anni fa la scrittura era un’attività riservata a pochi fortunati in possesso di un sapere esclusivo, nel giro di un secolo e mezzo è cambiato tutto, e tutti siamo andati a scuola e ci siamo dovuti sorbire fin dalla più tenera età Dante, Petrarca, Boccaccio, Ariosto, la tabellina del sette, i logaritmi,  le recensioni che incensano la letteratura postmoderna, i fumetti pedagogici sui santi laici, il neo-neo-neo-neo-neo-realismo, il concetto masochista di cultura eccetera eccetera.

Ora, cari ragazzi, signori, bambini, amici, nemici, nemici giurati, semplici conoscenti, alieni, dissidenti, plenipotenziari e maggiorenti, mettete di lato per un attimo le vostre sacrosante argomentazioni e sappiate che pure io, come voi, rimango sempre stupito di fronte a quell’animale metropolitano che affolla le nostre strade con un non-so-che stampato sul viso. Di fronte a quel tipo che non leggerebbe un libro nemmeno sotto tortura, ma in compenso scrive romanzi su romanzi e li pubblica a pagamento, destinando interi stipendi a questa prodigiosa patente di fesso. Lo so, è strana questa faccenda. E ci fa ululare alla luna. Perché, porco cacchio, tu scrivi se non ti piace leggere? Che senso ha adoperarsi, umiliarsi e pagare per un’azione il cui risultato tu disdegni? Ma d’altronde, non ci hanno fatto crescere con la tiritera che “non importa la meta ma il viaggio”? E poi, siamo sicuri che non sia mai esistito, per esempio, un cuoco che odiava quello che cucinava? Un carlocraccoqualsiasi che cucina manicaretti per miliardari sibaritici e che mangia solo brodo vegetale? Un ingegnere aeronautico che odia volare? Tutto può essere, a considerare l’albo d’oro del premio Nobel. Tutto. Può. Essere.

Il punto, però, non è l’alta cucina e le sue problematiche, né lo sono l’aeronautica e il premio Nobel. No, perché la questione è un’altra. Questa: è chiaro che se insegni a leggere a sessanta (60!) milioni di cristiani questi prima o poi mangiano la foglia e si mettono a scrivere. Direi di più, è umano. Siamo proprio fatti così, dalla teoria passiamo all’azione. È la nostra natura. Se metti una pistola in mano a qualcuno, quello prima o poi spara, se gli metti in mano una penna quello prima o poi scrive. In conclusione, lamentarsi del fatto che ci sono troppi scrittori e pochi lettori non serve ad altro che a perpetuare involontariamente il succitato mito di un sapere esclusivo riservato a pochi eletti, dal quale la stragrande maggioranza della popolazione deve essere allontanata perché così è più figo. Che è come passare dalla Repubblica delle Idee a una specie di billionaire della cultura, con saletta VIP per gli iniziati, e tutti gli altri a casa.

È invece chiaro come l’acqua, di un’evidenza abbacinante, che ci sono così tanti scrittori e altrettanti aspiranti scrittori semplicemente perché ormai tutti sappiamo leggere e scrivere. Amen. Potremmo considerarlo un inevitabile sottoprodotto dell’istruzione di massa, o il suo migliore risultato, ma questi sono i fatti. E perché poi l’istruzione di massa abbia creato eserciti di aspiranti poeti e non di aspiranti matematici e scopritori di vaccini, ecco, questo è un interrogativo che mi pongo da anni e al quale prima o poi qualcuno molto più bravo di me saprà dare una risposta.

NOTA: per chi volesse approfondire l’argomento, segnalo un vecchio, strepitoso post del sommo Aciribiceci, che ringrazio qui, di fronte al mondo intiero, per avermi citato e spinto a recuperare da un cassetto e rielaborare queste raffinate riflessioni che cambieranno il destino del mondo della galassia della vita dell’universo e della provola affumicata. Adesso cantiamo tutti in coro: “E il sabato ci si veste a cazzo”.

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13 thoughts on “Troppi scrittori? Una modesta soluzione (democratica) a un falso problema

  1. All’alfabetizzazione aggiungerei anche il gran numero di mezzi di comunicazione testuale che si sono sviluppati negli ulimi anni. Social network e prima di loro i blog. Posti dove tutti hanno la possibilità di scrivere e di essere letti. Da scrivere un blog e ricevere commenti estasiati di un pugno di sconosciuti e credersi capaci – e legittimati – di diventare scrittori il passo è pericolosamente breve.

  2. più che un sottoprodotto della scolarizzazione credo sia un sottoprodotto di internet, il rapporto scrittori/poeti VERI – scrittori/poeti da web è circa 1 a 200

    le case editrici a pagamento spesso sono emanazioni dei grandi editori, acchiappano soldi dalla finestra della vanità e li investono sugli scrittori contrattualizzati

    in Italia si stampano circa 65.000 titoli ogni anno, la stragrande maggioranza delle copie finisce al macero ma questo meccanismo, veramente da macero, produce un discreto gettito di denaro

    consentimi di riportare una frase che dico da anni: “saper scrivere significa far venire fame e chi ha appena mangiato e sete a chi ha appena bevuto”, chi riesce in questa impresa è uno scrittore destinato ad emergere

    io mi pongo un’altra domanda, i blog offrono a tutti e gratuitamente la possibilità di scrivere, il seguito ottenuto ne è giudice implacabile, per quale ragione un blogger che non riesce a mettere insieme una certa quantità di commenti dovrebbe spopolare in libreria???

    ti sfato una leggenda, i GRANDI scrittori leggono pochissimo, i grandi divoratori di libri non sanno scrivere, cioè, non riescono a strutturare, personalizzare un metodo di scrittura originale

    in Italia si legge poco, è vero ma è altrettanto vero che ci sia poco di valido da leggere, quando in libreria arrivano i libri “massicci” vanno a ruba

    complimenti per il post

  3. Con tutti i problemi ed i limiti, credo che la scolarizzazione di massa sia il miglior risultato ottenuto dallo stato italiano. Post intelligente e (auto)ironico

  4. Umberto Eco ne “Il pendolo di Foucault” forse descrive per bene come funziona la cosa e quali sono i meccanismi per fare abboccare gli scrittori “a proprie spese” come li definisce lui. Mi piace questo passaggio: “Potremmo considerarlo un inevitabile sottoprodotto dell’istruzione di massa, o il suo migliore risultato, ma questi sono i fatti.” Bel post.

    Ciao
    Amil

  5. Quella di “scrittore di professione” l’ho sempre trovata una definizione presuntuosa… se andassimo a scomodare i mammasantissima della letteratura troveremo moltissimi autori che con i proventi di ciò che scrivevano non ci compravano nemmeno le sigarette… Perciò secondo me uno scrittore può dirsi tale se ha pubblicato con regolari contratti da case editrici vere, cioè a rischio d’impresa. Tutto il resto è fuffa. Cioè… non si può pensare che vero scrittore sia solo l’autore di best sellers, così come l’autore che pubblica a pagamento per un tipografo che si spaccia per editore senza un accurato lavoro di selezione e correzione dei materiali, senza distribuzione e senza promozione… senza un grafico, insomma, tra quest’ultimo e uno scrittore vero passa la stessa differenza che c’è tra un sultano e il proprio eunuco. Detto ciò, pezzo straordinario Angelo! 😉

  6. Per cercare di evitare questo paradosso mi sono trasferito in una città dove c’è una sola libreria, in realtà due ma la una sta chiudendo ed è chiusa di fatto da anni, però ho avuto modo di conoscere ugualmente persone che scrivono pur non volendo leggere.
    In ogni caso per me il problema non risiede negli scrittori autoprodotti quanto negli scrittori prodotti da altri.

  7. Mi viene in mente il film “Il Postino”… non penso sia un male scrivere! Poi è la dura legge del mercato a decretare chi è scrittore di professione, ma questa è un’altra storia… 🙂

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