Gli stagisti se la passano peggio degli schiavi

schiavi_romaA volte il desiderio che questa vita sia solo un incubo esaurisce la sua carica persuasiva. Quando il respiro malato delle notti inquinate che si appiccica sugli strati più bassi del cielo non ci fa vedere le stelle; e sembra normale, giusto, meritato cioè, che noi non possiamo guardare le stelle senza vomitare, senza quella puzza dal petrolchimico posto a due passi dall’inclita città in cui abito, l’unica consolazione diventa immaginare le risate che i posteri, prima o poi, si spareranno alla faccia nostra. Alla faccia di tutti gli stagisti del mondo. Perché è ovvio, cristallino e inevitabile che le prossime generazioni si ribelleranno alla demenziale reintroduzione della schiavitù avvenuta tra la fine del ventesimo e l’inizio del ventunesimo secolo; così com’è altrettanto chiaro che lavorare senza stipendio non è stato questo gran divertimento. Nossignore. Eppure, nonostante l’evidenza, nonostante sia certo oltre ogni più ragionevole dubbio che ci hanno preso per il culo, il nostro paese rigurgita ancora giovini con inutili lauree triennali-dodicennali in comunicazione & kappa. Poveracci, se ne vanno in giro a mendicare un posto-stage (o di volontario, dicono i furbi) nella speranza di trovare un generoso dal cuore d’oro che li assuma, infine, con uno di quei contratti a tempo determinato senza tredicesima e contributi, per meno di mille euro al mese. La cosa non durerà. Non può durare. Non deve. Un fenomeno destinato a scomparire come l’hula-op, il ballo del foxtrot, la gazzosa con la pallina. Poveri stagisti, li vediamo, di qui a qualche anno, messi all’angolo da figli, suoceri e consorti. “Ma che ne puoi capire, te. Sei quello che faceva gli stage”. E giù silenzio, a parte il crack dei cuori infranti, sgretolati.

Epitteto_disegno_bustoLa condizione degli stagisti in Italia è addirittura peggiore di quella degli schiavi nell’antica Roma. Cominciamo col dire che gli stagisti, così come gli schiavi, devono essere riconoscenti con i loro padroni. Riconoscenti di cosa? Perché? I primi di poter lavorare gratis (è già tanto che per farci lavorare non ci facciano pagare), i secondi di essere vivi; e delle due motivazioni la seconda appare pertinente, laddove non si capisce come sia possibile sopravvivere quando si lavora gratis. Eh sì, gli stagisti lavorano gratis come gli schiavi – anzi, peggio degli schiavi, a cui non mancava un guiderdone una tantum, la possibilità di godere di qualche bene, di mettere da parte un tesoretto del quale disporre una volta riscattata la propria libertà o con il quale sognare di riscattarla. E siamo poi sicuri che gli stagisti abbiano la possibilità di riscattare questa libertà, di covare un sogno qualsiasi, di fare carriera come il filosofo-schiavo Epitteto?

schiaviGli schiavi inoltre potevano sposarsi o alla peggio convivere more uxorio, gli stagisti non possono nemmeno corteggiare, permettersi un innocuo invito a cena. Ma che dico cena, un caffè corretto, un pezzo di pizza, una fetta di torta, una sporta di frutta… niente o quasi niente è loro permesso, ma tutto o quasi tutto è lecito nei loro confronti. Si potrebbe infine obiettare, argomento maneggevole ma insidioso, che gli stagisti scelgono la schiavitù spontaneamente e gli schiavi, lo dice la parola stessa, vi erano costretti. Una libera scelta che se da un lato non giustifica le condizioni a cui gli stagisti sono costretti (sfido chiunque a dimostrare il contrario), dall’altro non si costituisce nemmeno come una vera libera scelta. Vero è invece che in quest’Italia dove la generazione nata negli anni Cinquanta ha deciso di sacrificare agli dei i suoi figli, molti, troppi sono costretti a scegliere, desiderare, richiedere gli stage perché altro non c’è. Perché qualcuno ha scoperto che può risparmiare un sacco di soldi scaricando quanto più a lungo gli è possibile il costo del lavoro sulle famiglie. E a chi è stato preso in mezzo a questo tritacarne auguriamo di trovare la forza per tirarsene fuori. Insomma, signori, che la forza sia con noi.

NOTA: scrissi questo racconto una decina d’anni fa, per una rivistina che non esiste più. Oggi l’ho riletto e ho provato un brivido. La tortura non finisce mai.

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14 thoughts on “Gli stagisti se la passano peggio degli schiavi

  1. No, va beh è sempre una sorta di “ma guarda come si muovono confusi e si azzannano da soli invece di prendere un bel respiro e ragionare un po’” sono cose che mi sconcertano, mi divertono e mi deprimono allo stesso tempo. Io vivo positiva quindi tutto bene 🙂

  2. Lo stage è solo il primo gradino. Poi se sarai fortunato troverai un lavoro pagato… e verranno le prestazioni occasionali, le collaborazioni a progetto… il part time e la finta partita iva (naturalmente dietro ci sarà un rapporto di lavoro a tempo pieno sottopagato, lo Stato sa tutto ma tace), del resto dietro di te troverai la fila di aspiranti nuovi schiavi dato che le bollette, l’affitto e la spesa si devono pur pagare in qualche modo a meno di poter fare il mantenuto a vita o il barbone.. ecco, a questo si è ridotto il mondo del lavoro (nel privato, ma spesso anche nel pubblico) in Italia. Non saprei indicare una soluzione… forse un bel giorno dovremmo fermarci tutti, ma proprio tutti. E chi s’è visto s’è visto. E naturalmente emigrare su Marte.

  3. Pensa che io tremo al solo pensiero di questa cosa orribile che mi aspetta dopo la laurea, fa tanto condanna definitiva.

  4. Ho scoperto che, a differenza di anni addietro, adesso lo stage è anche qualcosa di irraggiungibile, poichè, come spesso accade, è richiesto nei primissimi mesi dopo la laurea.
    Orbene. Se io faccio una volata alla Shumacher per laurearmi in tempo, nei cinque canonici anni di una magistrale in giurisprudenza, e allo stesso tempo lavoro per pagarmi gli studi, avrò diritto, dico, a qualche tempo di riposo? perchè mi piazzi lo stage a tre messi dalla laurea, che se supero sti tre mesi non mi accetti più? Che so, vecchio?

    Cmq c’era la famosa “sporta” ai tempi di Roma, che, se none rro, era la borsa con cui i liberti andavano a mendicare roba, cibo, avanzi nelle case dei nobili…. Non è cambiato tanto se vediamo le cose oggi!

  5. Ciao, come ogni precaria che si rispetti, ho fatto anche io degli stage gratuiti per mesi, ma era un’altra epoca, mi sono laureata nel 2002, all’ora era già molto difficile ma era possibile uscirne, oggi per i 25enni laureati non credo ci siano molte possibilità in Italia.
    Come primo lavoro da laureata, oltre gli stage, ho fritto a nero patatine fritte in un pub come aiuto cuoco di un palestinese, ma almeno qualche euro a casa lo portavo, oggi quanti posti da friggitori di patatine ci sono? Secondo me pochi. Poi ho fato molti lavori prima con contratti cocopro, poi a progetto, sono solo 4 anni che lavoro a tempo determinato come precaria della scuola. Essere precari è dura ma è sempre meglio che essere stagisti. Nella piramide della scala sociale per ultimi ci sono gli stagisti e poi i precari. L’importante è mantenere alto il morale per sopravvivere, è in un momento in cui ero disoccupata che ho iniziato a scrivere Il blog della felicità. Scrivere aiuta!

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