Serie B ultima frontiera

un-biscione-piccolo

Qualche tempo fa, quando andava di moda il triplete, ho scritto Il paradigma dell’interismo, prefazione al bel saggio storico-sportivo Un biscione piccolo piccolo, del giornalista e scrittore Sergio Taccone, che nonostante il mio sabotaggio è stato accolto molto bene e ha pure vinto il premio di letteratura sportiva del Coni. E adesso, qualora tra di voi ci fosse un masochista che invece di giocare con la playstation preferisce leggere le mie parole, ho deciso di piazzare qua ‘sta benedetta prefazione. (Se invece volete leggere tutto il libro, che merita, be’… in questo caso ve lo dovete comprare, amici).

L’ho già detto – ma non è male ripeterlo – che fa un gran bene leggere i libri di Sergio Taccone. Fa un gran bene perché questi suoi saggi di cultura e storia calcistica sospesi tra cronaca e rievocazione sentimentale sono come una boccata d’aria fresca. Da bravo giornalista qual è, Sergio Taccone ha dalla sua la precisione del cronista di razza, accompagnata da una (in)sana passione calcistica; e queste due componenti si fondono offrendoci uno sguardo felice su di un calcio a volte infelice. Aggressivo. Nervoso. Smemorato. Un lavoro che diventa ancor più apprezzabile in un paese come il nostro, in cui l’omaggio a Paolo Maldini, campione indiscusso, si è trasformato nella messa in scena di un familismo amorale curvesco e autolesionista. Un paese che ha smaltito il razzismo serpeggiante negli stadi come il dopo-sbronza di un alcolista convinto di non bere tutti i giorni (pensiamo ai fischi e ai cori indecenti scanditi da centinaia o migliaia di invasati contro un ragazzo nato a Palermo, che risponde al nome di Mario Balotelli). Quest’Italia dove il campanilismo è degenerato nella guerriglia che unisce le opposte tifoserie contro il nemico comune, lo Stato, e svela i reali obiettivi che si celano sotto certe dichiarazioni di fede eterna con puncicata in omaggio: distruggere tutto per il puro piacere di farlo, come il ragazzetto il cui inconfessabile desiderio è radere al suolo la cristalleria e il salotto della nonna.
Quando il Milan era un piccolo diavolo e questo nuovo Un biscione piccolo piccolo pur andando controcorrente (grande pregio, a mio modo di vedere: fanno dell’autore un pensatore “inattuale” del calcio) non sono velleitariamente provocatori. È più utile intenderli come un tranquillante o, molto meglio, come una tazza di camomilla per i calciomaniaci esagitati acritici che con ogni evidenza hanno preferito le moviole e le discussioni, il discorso sul calcio al calcio vero e proprio, il contorno al piatto principale. Ma rappresentano anche un incoraggiamento per tutti i veri amanti del soccer, dello sport che racconta storie indimenticabili, qualche volta nasconde una sua morale tra le pieghe di un incontro e trova la sua piattaforma ideale non su di una pay tv e su di uno schermo iper-ultra-piatto, ma nelle emozioni e nei ricordi. Nel turbinante, vertiginoso saliscendi che contraddistingue ogni storia d’amore (calcistica e non) che si rispetti.
In questo, gli interisti sono maestri. Maestri riconosciuti. Per anni e anni cinture nere di sfiga, quelli che “Non vincete mai”, sbeffeggiati più o meno amorevolmente, più o meno crudelmente da un’intera nazione. Il tipo antropologico dell’interista era colato in uno stampo particolare, che lo rendeva unico. Si poteva essere progressisti e interisti come reazionari e interisti, edonisti e interisti o mistici e interisti, melomani e interisti o metallari e interisti e così via. Un’aura. Quali che fossero le differenze, quello che accomunava gli interisti era qualcosa di diverso da quello che accomunava il tifoso romanista, quello juventino e anche quello della Battipagliese. Il bacillo dell’“interismo” colpiva individui diversissimi. Una specie di scritta tracciata con il dito dal ragionier Fantozzi su di un cielo terso, uno di quei tanti lunedì che nonostante ci fosse un sole pazzesco gli interisti stavano lì con una faccia come se gli fosse morto qualcuno. La vera metafora della vita, che permeava a ritroso tutta la loro esistenza fino a rifondarne il senso una volta e per sempre: “Non vincete mai”.
Non vincete mai.
Eppure…
Se qualche interista, crescendo, è ora diventato un vero stronzo, be’, scusatemi tanto ma posso capirlo. A causa delle continue disfatte sembrava che la tendenza alla sconfitta, all’umiliazione, alla mediocrità fosse imbattibile. Il tifoso della Juventus sa che prima o poi la squadra verrà rimessa in sesto alla grande. Quello del Milan sa che prima o poi vincerà un altro scudetto, un’altra coppa. Il tifoso della Roma è abituato a vincere poco e a lamentarsi (qualche volta a ragione) degli arbitraggi contro le squadre del centro-sud, ma conserva nella bacheca tre scudetti giallorossi che valgono decine di scudetti nerazzurri o bianconeri. Anche il tifoso della Battipagliese può sperare che un petroliere russo (o uno sceicco) compri la sua amata squadra e la porti in Champions League. Sognare è gratis. E il regolamento non vieta che la Battipagliese possa un giorno vincere il mondiale per club. Invece, l’interista cominciava a sospettare che in un capitolo del regolamento qualcuno avesse scritto: “Non vincete mai”. Dico davvero. Che il calcio fosse un reality show messo su all’unico scopo di umiliare i tifosi nerazzurri era un’ipotesi che cominciava a farsi strada persino nell’immaginario di severi professori di logica. A patto che fossero interisti, ça va sans dire. Inoltre, a differenza dei tifosi della Battipagliese, negli anni Novanta gli interisti non potevano nemmeno sperare che un giorno un petroliere rilevasse la squadra, perché il petroliere c’era già e aveva venduto Roberto Carlos al Real Madrid. Ma per fortuna c’è ancora e non ha mollato: grazie, Presidente. E grazie anche al presidente Pellegrini, c’era lui al timone in quel fatidico, strambissimo 1994.
L’interista era un tipo dall’aria inquieta, non del tutto disprezzabile, forgiato da un’amara autoironia quanto mai necessaria per tirare avanti. Uno che avresti invitato a cena, ma a cui non avresti mai concesso la mano di tua figlia. Eppure le cose cambiano. Vittorie su vittorie hanno ravvivato gli entusiasmi. La trasvalutazione dei valori è stata talmente subitanea che sembra sia passato un secolo. L’Internazionale è diventata la squadra da battere, la squadra più forte, Davide si è trasformato in Golia, il passato è stato risucchiato da un buco nero. E se i buchi neri ingoiano la luce, figuriamoci gli almanacchi del calcio. Ma in soccorso degli smemorati, e per chi volesse obliare certi ricordi pruriginosi e mettere la polvere sotto il tappeto, è giunto questo libro puntuale, preciso, mai fazioso, Un biscione piccolo piccolo di Sergio Taccone, la spigolatura di una stagione memorabile in cui l’incredulità si trasformò in fifa blu e la tremarella in festa grande.
Dunque, c’era una volta una squadra che non vinceva mai e che adesso vince sempre, e c’era una volta una squadra che riuscì a perdere tutto e vincere tutto nello stesso momento, o quasi. Correva la stagione 1993/94. I suoi abbagli, gli obiettivi disattesi e quelli realizzati, il batticuore, le delusioni, la rassegnazione e gli stravolgimenti, la depressione e la meraviglia, tutto questo e molto altro l’avrebbero resa forse il paradigma dell’interismo contemporaneo.
Alle spalle un campionato, stagione 1992/93, più che rispettabile, concluso al secondo posto sotto la guida di un decano, quell’Osvaldo Bagnoli forse poco trendy, ma scudettato con il Verona (che trionfo!) e protagonista in coppa Uefa con il Genoa. Per non parlare della solita bisaccia ricolma di sogni mostruosamente proibiti, fomentati dai successi a ripetizione del Milan berlusconiano, e di una super campagna acquisti tesa a imitare i “cugini” con uno stock di zoccoli, tulipani e mulini a vento.
La gente toccava ferro e l’Internazionale vinceva l’ennesimo scudetto d’agosto, assegnatole dai giornali e dall’opinione pubblica, da quello stesso popolo nerazzurro scettico e sognatore, rassegnato e ambizioso.
Infine, dopo tanto cianciare, ecco il verdetto del campo. Impietoso. Tre mesi a leggere e rileggere con gli occhi umidi le possibili formazioni dell’Inter strafavorita, ma…
Possibile che nessuno si fosse accorto dei limiti di quella squadra? Il calcio, si sa, è materia di fede, non di ragione; e l’ultimo filosofo, simpaticissimo e sfortunato, Corrado Orrico, aveva già dato e con scarsissimi risultati. Unica chance, il santone Osvaldo Bagnoli. A lui sarebbe toccato il compito di creare da una costola dello zio Bergomi il terzino che mancava, di moltiplicare i gol di Ruben Sosa, Totò Schillaci e Darko Pancev (!), di completare l’addestramento jedi di Dennis Bergkamp, involuto e caracollante a San Siro, e poi trascinatore dell’Arsenal qualche anno dopo. Un classico, dannazione.
A essere cattivi, quell’Inter era un’armata Brancaleone, anche se tutti pensavano che fosse temibile come l’orda di Gengis Khan. Il risultato fu una delle stagioni più brutte di sempre, pericolosamente in bilico sull’orrido che si era spalancato, pronto a inghiottirla nell’infernetto della serie B, là dove nessun interista era mai stato prima. Serie B, ultima frontiera. Posso facilmente immaginare le facce livide e i vividi incubi dei fedelissimi. Un festival del cinema horror che avrebbe furoreggiato durante e dopo le partite allo stadio e alla radio, durante e dopo le domeniche sportive, i pressing e i novantesimi; o al bar, a bere caffè amari come il fiele nonostante i tre cucchiaini di zucchero, circondati da milanisti che respiravano come Darth Vader. Un incubo sempre più concreto settimana dopo settimana, una lettera B che qualcuno stava scolpendo sul marmo con tocchi da maestro, e frane di gol che gragnolavano sulla scriminatura di un Walter Zenga sempre meno Spiderman e sempre più Paolino Paperino. Roba da perderci il sonno. Nemmeno il tempo di smaltire la delusione di Darko Pancev, tigre dell’area di rigore con la Stella Rossa e leone sdentato in Italia, e già bisognava fare i conti con l’indolenza di Dennis Bergkamp. L’insipido biondino, lo ricordo come fosse oggi, godeva a lasciare intuire la sua classe ai tifosi come quelle ragazze che si lasciano corteggiare per il puro gusto di mandare ai matti lo spasimante.
Un’armata Brancaleone, ebbene sì, che con ogni probabilità per caricarsi prima delle partite ascoltava The dark side of the moon e rimediava figuracce a ripetizione, lasciando il tifoso con quell’amara sensazione, quel saporaccio spiacevole e sorprendente, come quando metti per sbaglio il sale nel latte. Non è il massimo. Sconfitte su sconfitte e la serie B evitata per un soffio, questo doveva essere l’inevitabile epilogo della stagione 1993/94. Ma se la storia fosse stata coerente con le sue premesse non staremmo parlando di calcio. Questo non è un giallo classico, dove i pezzi si ricompongono e tutto diventa chiaro e coerente. Un campionato dell’Internazionale è più spesso simile a uno psicodramma di Bergman, e in alcuni casi estremi ai romanzi psichedelici di William Burroughs. Esatto, quelli lì, quelli scritti con la famigerata tecnica del cut-up, che a leggerli non si capisce un accidente però lo stesso alla fine del libro diciamo: “Wow! Forte”. E questo è uno di quei casi.
Per molti potrà sembrare inconcepibile come un universo a n dimensioni, ma per alcuni tifosi della pazza Inter la vittoria di quella coppa Uefa appare ovvia così come per alcuni scienziati le super stringhe nel cosmo. Credetemi. Si capiva, si sapeva, in qualche assurda maniera era nell’aria, che l’olandese sbagliato, Wim Jonk (chi?), segnasse alcuni gol fondamentali; che Nicolino Berti risorgesse dalle ceneri per un’ultima fiammata (non ci avrebbe scommesso nessuno); che Walter Zenga indossasse di nuovo i panni del supereroe congedandosi da campionissimo. Regolare. Che le cose possano andare così gli interisti lo avevano intuito da tempo, anche se attendevano una conferma empirica. Gli altri, invece, avrebbero cominciato a temerlo solo parecchi anni dopo.
Alto e basso, brutto e bello, esaltazione stratosferica e depressione oceanica, saldezza di nervi un attimo prima di affogare in un bicchier d’acqua e panico da palcoscenico quando la vittoria è scontata, versatile catastrofismo, imprevedibilità, voglia di rivalsa e allo stesso tempo umana pietà per ogni Palloseura che razzoli sul prato del Meazza, sgroppate travolgenti sull’abbrivio di traguardi mai raggiunti e scivolate grottesche su bucce di banana invisibili a dieci centimetri dall’arrivo. Questo e altro negli anni che hanno preceduto i successi dell’era Moratti post-calciopoli. Ma soprattutto tanta autoironia, perché è sempre meglio sapere chi siamo e da dove veniamo, eviteremo di renderci antipatici e di accusare un’overdose di spocchia. E ci priveremmo del piacere di ravvivare grazie a questa preziosa cronaca calcistica il ricordo di uno strepitoso successo. Quella dannatissima coppa Uefa vinta dall’armata Brancaleone sotto i comandi di messer Bagnoli, prima, e del prode Marini, poi.
Qualcuno lo potrebbe definire un colpo di fortuna, ma – e spero nessuno me ne vorrà – è bello e rinfrancante scoprire che per una volta la fortuna ha aiutato i meschinelli a diventare audaci. A rivoltare un finale tragicomico in un’indimenticabile festa. È solo nel ricordo senza censure, senza rimozioni, alterazioni e facili trionfalismi che si può capire quanto sia divertente lo sport. E quale lezione nasconda nell’andirivieni di date, nomi, risultati, vittorie e sconfitte, di cuori infranti e sognatori delusi, di superuomini restii a concedersi e di supertifosi che mai dimenticheranno quanto è labile il confine tra il paradiso e l’inferno.

Annunci
Questo articolo è stato pubblicato in storie e contrassegnato come da ang . Aggiungi il permalink ai segnalibri.