Non si trasforma in un razzo missile

Morici_ActarusHo letto L’uomo d’argento (edizioni E/O, 2012) di Claudio Morici qualche tempo fa, una lettura estiva che si era trasformata in lettura autunnale perché in estate ci sono sempre un sacco di fumetti arretrati da smaltire. Poi, non contento, l’ho ripreso, e dopo averne riletto qualche pagina mi sono ricordato di un altro libro, un librettino che volevo leggere da qualche secolo, Actarus, la vera storia di un pilota di robot, sempre di Claudio Morici, pubblicato da Meridiano Zero nel 2007. E poiché non sono un giornalista o un critico letterario né mi sogno di esserlo e se pure qualcuno mi avesse ascritto alla categoria, la categoria stessa mi avrebbe sputato fuori (e avrebbe fatto benissimo), mi sono permesso la libertà di andare a ritroso nel tempo e leggere dopo ciò che forse avrei dovuto leggere prima e di scriverci su un pezzo fuori tempo massimo. Non mi stancherò mai di ripeterlo, la narrativa non ha necessariamente una data di scadenza, non come mozzarella e simili.

Claudio-Morici-camera2-450x450Ma procediamo con disordine. Dunque, L’uomo d’argento è “la storia di una città dove non c’è più storia”, recita la quarta di copertina. Una storia, aggiungo, che avrà fatto arrossire i fuoricorso con i sensi di colpa, quelli che non passano gli esami ma cercano di placare il super-Io con le letture serali. Gli altri, no, gli altri stanno tranquilli, ovviamente, al riparo dei trenta e lode millantati e delle birrette super-economiche. Insomma, nella realtà parallela inventata dall’autore, in questa sua esilarante – almeno nelle prime pagine – distopia da doposbronza ci troviamo in una terra promessa dove l’unica regola è scroccare a più non posso, soprattutto dai nuovi arrivati. La fine del mondo è arrivata, la fine del mondo come lo conosciamo noi, quello del dio mercato e delle divise d’ordinanza con cravatta rotante e scarpe da “uomo serio” color cacca di topo malato. Avete presente, no? Basta fare un giro per i negozi. Una fine del mondo che Claudio Morici ha raccontato come se fosse la cronaca di un’infinita vacanza in uno di quei posti dove il giorno si dorme e la sera ci fottiamo il cervello in discoteca. L’unica città rimasta dopo che la società dei consumi è collassata. Un posto dove nessuno lavora ma si mangia a ufo (robot?) e amarsi è out. Sesso, droga & djset. Il sogno a occhi aperti del fancazzista che diventa presto un incubo, tanto che la cornice comico-grottesca in cui è ambientata la storia diventa sempre più grottesca e sempre meno comica, diventa un imbuto che mi risucchia e mi fa fare un salto indietro nel tempo fin nelle pagine di Actarus, la vera storia di un pilota di robot. “Il” pilota del re dei robottoni, alquanto diverso da quello che i poteri forti ci hanno descritto, eroe senza macchia e senza paura, con la sua aura romantica, il bel principe armato di chitarra. Un Actarus che nel romanzo di Claudio Morici si comporta così: “E gli sbatte la porta in faccia, bum, tu non sai chi sono io, io sono Goldrake. Poi si sdraia sul divano, accende la televisione e si scola tre Peroni da 75 cl in quindici minuti”. Un Actarus stanco e alcolizzato che vorrebbe tornare a casa, novello Ulisse che giammai si farebbe legare qualora incontrasse le sirene. In specie se le sirene invece di esibire il consueto, rigoroso repertorio di musica atonale, si limitassero a incantarlo con qualche boccale di birra.

uomo-dargentoEd è lì, in un momento disperso nello spazio-tempo tra una lettura e l’altra, prima o dopo l’idea di scriverci su qualche riga, che mi rendo conto di una cosa: Actarus non voleva tornare sul suo pianeta, Actarus non voleva scappare da una vita orrenda. Actarus ardeva d’insoddisfazione per via della doppia e atroce consapevolezza di vivere dentro un incubo e di essere lui stesso un mostro. Di percepire l’inadeguatezza del contesto e l’inadeguatezza di se stesso. Come tutti noi insoddisfatti piloti di robot (arrugginiti?) sempre pronti a ricorrer a complotti, incapaci di adattarci “agli usi, ai costumi e ai locali notturni della Terra” (chi si è adattato scagli il primo aperitivo), sebbene desiderasse – si fa per dire – l’arcadia, in realtà Actarus era in cerca di un altro tipo di rifugio, un peepshow, una sala giochi dove sfondarsi di videopoker, un vaffanposto qualsiasi dove andarsi a cancellare e cancellare il mondo assurdo in cui vive e di cui sperimenta con pieno (de)merito l’assurdità. Insomma, ho idea che abbia appeso la tutina aderente al chiodo, che il nostro alticcio eroe si sia rintanato nella città senza nome raccontata dall’autore, qualche anno dopo, nell’apocalittico L’uomo d’argento. E nell’attesa di scoprire infine se è poi vero che la letteratura ci serve per sfuggire  a questa vitaccia grama o se al contrario essa ci illumina per renderci uomini migliori & adulti responsabili, posso dire di esser estremamente soddisfatto di aver letto Actarus, la vera storia di un pilota di robot e L’uomo d’argento e di aver sperimentato questo loro paradossale percorso verso stati di angoscia progressiva condotto da un inesauribile senso dell’umorismo. Mi sono pure sganasciato dalle risate qua e là.

NOTA: originariamente pubblicato su Senzaudio.

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2 thoughts on “Non si trasforma in un razzo missile

  1. Il bello dei libri è che puoi saltare da uno all’altro, senza nemmeno bisogno di premere il tasto “Pause”.

    Sul tema, io penso che, nonostante tutto quello che si dica o si scriva, al netto delle speranze deluse, c’è ancora bisogno di eroi a questo mondo, qualcuno che sia un po’ sopra il livello dell’asfalto su cui ci cuociamo tutti i piedi. Per fortuna o purtroppo.

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