I sassolini nelle Converse

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Prima di scrivere un libro, una poesia, un poema, una recensione, un saggio o un racconto, tutti voi aspiranti qualcosa dovreste fare un mese di volontariato in una libreria, a mo’ di servizio militare. E finalmente capireste quanto sia difficile far leggere il vostro non-romanzo infarcito di autofiction sui sassolini nelle Converse nonostante abbia vinto il premio Puddicinu di Borgofioco e abbiate investito l’anticipo dell’editore per pagare un ufficio stampa ultracool.

 

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Il libro indie in dieci punti – manifesto per un’estate di letture prive di sensi di colpa

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Il libro indie è alla moda, non è importante leggerlo o leggerlo tutto, ma sfoggiarlo.

Il libro indie rifiuta le virgolette dei dialoghi, che fanno troppo “libro di genere”, e pazienza se così facendo a volte non si capisce un cacchio di quello che stiamo leggendo.

Il libro indie può essere molte cose, un concept, un must, uno status, un cilicio, molto difficilmente però è un romanzo con un inizio, uno svolgimento e una fine.

Il libro indie, anzi, se ha un finale non è più indie.

Il libro indie a volte il finale te lo rivela a metà.

Il libro indie può essere scritto in prima, seconda, quarta, quinta, sesta, settima, decima, trentesima persona, non ha importanza, basta che non sia scritto in terza persona, che fa così cheap.

Il libro indie è intimo, urgente, necessario. Come un pannolone.

Il libro indie spesso è un libro “de problemi” che vuole salvare il mondo e redimerci tutti.

Il libro indie non è divertente, perché divertirsi con un libro è out.

Il libro indie infine è transustanziale: quando il suo autore diventa famoso e pubblica con una grande casa editrice, all’improvviso i suoi libri – anche se il contenuto è rimasto lo stesso – non sono più indie.

NOTA: questo post è apparso originariamente su senzaudio.

Aiuto! WE3 è tornato in libreria

Ci sono momenti in cui entrare in una libreria o fumetteria riesce ancora a regalarti quell’emozione lì. Di quando su Corto Maltese c’era Il ritorno del cavaliere oscuro a puntate e correvo in edicola, traboccante di gioia, di aspettative, ignaro di quello che Frank Miler avrebbe detto, scritto e disegnato negli anni a venire. Ma se invecchiare è un’arte difficile e non a tutti gli artisti, musicanti, imbrattacarte e poetastri riesce sempre benissimo, il problema non sembra riguardare sua maestà Grant Morrison, che continua a sfornare roba di gran classe sin dall’inizio degli anni ’80. Ne è prova, tra le tante, questo WE3, uno sciccosissimo volume appena ristampato da RW Lion, scritto dallo stesso Grant Morrison, ovviamente, e disegnato da Frank Quitely. Ma cos’è WE3, vi starete chiedendo, divorati dalla curiosità che vi sta We3_Trade_Paperbackimpedendo di farvi un altro tuffazzo nel mare blu? Anzi, chi sono i WE3? Ebbene, sono tre innocui animali domestici, un cane, un gatto e un coniglio, che sono stati rapiti e trasformati in una squadra di assassini cibernetici al soldo del governo o del miglior offerente. Ma le cose non andranno per il verso giusto e se anche a voi l’idea di fornire a un micio un esoscheletro da battaglia che ne amplifica a dismisura le capacità non sembra una genialata, be’… mettetevi comodi e preparatevi allo spettacolo. Semplice e allo stesso tempo profondissimo, disegnato in maniera sublime da un immenso Frank Quitely, WE3 è puro fumetto di intrattenimento, ma anche apologo filosofico e inno animalista. Insomma è un commovente capolavoro. Ecco, l’ho detto. Continua a leggere

Una storia “importante”

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Ancora una volta. È successo ancora una volta. “Non importa da quale ingresso Daniele Rielli decida di entrare nel diorama ibrido e surreale che chiamiamo contemporaneità. Importa come ne racconta, ogni volta, un angolo diverso. E quanto, ogni volta, riesca a farci ridere”. Uno dei motivi per cui amo la casa editrice Adelphi è che ha dato alle stampe libri di una certa “importanza” (vedi infra), che non sarebbe nemmeno il caso di mettersi a citare qui per quanti sono, santo cielo. Per cui mi limito a citare una sola collana: la Biblioteca Scientifica. Una collana che definire “importante” (aridanghete, vedi infra) sarebbe riduttivo, composta com’è da un dream team che farebbe impallidire il Dream Team o la rosa del Brasile nel 1970. Quella collana, insomma, che esordiva con Gregory Bateson e poi continuava con Hofstadter, Putnam, Damasio, Minsky, Feinman, Dennet, Barrow e via discorrendo. Libri talmente pieni di nozioni meravigliose, talmente traboccanti di cultura scientifica e illuminazioni che se li avvicini a un tipico intellettuale del Sud tutto liceo classico e tragedia greca fanno lo stesso effetto dei crocefissi sui vampiri. Avete presente uno di quei tizi che usano la parola “cultura” come il parmigiano, ma poi in verità non entrano in una libreria, biblioteca o museo da secoli? Ecco, mettetegli di fronte un volume della Biblioteca Scientifica Adelphi e il tizio si liquefarà tra indicibili tormenti lasciando ai vostri piedi una pozza schifosa (non fatelo se avete comprato un tappeto persiano). Continua a leggere

Piccole distopie di tutti i giorni

gipi-la-terra-dei-figli“Sulle cause e i motivi che portarono alla fine si sarebbero potuti scrivere interi capitoli nei libri di storia. Ma dopo la fine nessun libro venne scritto più”, così la quarta di copertina di La terra dei figli, il nuovo fumetto di Gipi. Una cupa avventura post-apocalittica che ha per protagonisti due ragazzini la cui casa è una catapecchia galleggiante. Attorno a loro il nulla o quasi. La natura sta morendo; il cibo scarseggia e quel poco che si trova spesso è tossico; la società non esiste più; i superstiti sono diventati feroci barbari, analfabeti e boccaloni, che credono nel “Dio Fiko” e si esprimono attraverso una neolingua piovuta sulla terra dopo la dissoluzione dei social network. Per sopravvivere nell’inferno in cui si è trasformato il mondo, i due ragazzi sono stati cresciuti con estrema durezza. L’unica possibilità per assicurarsi la sopravvivenza è disumanizzarsi sempre più, rendersi simili a cose, a mostri, nessuno spazio può esser lasciato agli affetti. Ma allora perché tutto quell’interesse per le pagine del diario paterno, dato che i ragazzi non sanno leggere? Perché tutto quell’affanno per aiutare una sconosciuta incontrata per caso, se l’amore e la tenerezza sono stati banditi?
La terra dei figli è un romanzo di formazione che parla di un futuro troppo tremendo e grottesco perché possa accadere davvero, ma che forse sta accadendo davvero nell’universo parallelo a pochi chilometri da noi, in periferia, o in una nazione lontana, devastata dalla guerra e dalla miseria.

anteprima-mondiale_copeertina.jpegQuelli che consigliano non solo di leggere ma anche e soprattutto di rileggere, la sera dormono tranquilli? Siamo sicuri che la rilettura sia un’arte così nobile? Non è meglio una dolce ignoranza a una crudele verità? Perché dovremmo andare a rileggerli, i classici, per poi scoprire di esserci esaltati e innamorati grazie alle ripetitive parole di un tizio che violava lo show don’t tell a ogni piè sospinto ed era incapace di raccontare una storia senza anticiparti come sarebbe andata finire, più o meno come il figlio cinquenne del mio vicino di casa? Non è meglio preservare il ricordo del capolavoro e vivere felici? Prendiamo per esempio Woobinda di Aldo Nove. C’è poco da dire, per lo meno per la mia generazione quello è un classico. Poche storie. Un libro “niente sarà più come prima”. Che ci ha turbati e allo stesso tempo ispirati. Come una ventata d’aria fresca per le patrie lettere, ma procurata tramite uno squarcio. E allora perché rileggerlo? Perché andare a scuncicare il ricordo del tempo che fu, quando ancora ce la facevamo a reggere l’alcol e a ciondolare in giro senza costrutto fino alle tre di notte? Leggiamoci piuttosto il seguito di Woobinda, cioè Anteprima mondiale, pubblicato poco tempo fa da La nave di Teseo, un libro nel quale in copertina campeggia la frase azzanna entusiasmi “il seguito del romanzo di culto che ha segnato una generazione”. Eccola insomma la verità del nostro tempo, o una sua adeguata rappresentazione, qualcosa che Aldo Nove aveva magistralmente raccontato già vent’anni fa: viviamo una piccola distopia, nella quale gli editori si spaventano di usare la parola “racconti”, i lettori scappano quando leggono la parola “racconti” e in cui Aldo Nove ha scritto la vita di san Francesco. Se vi state chiedendo “costui mena il can per l’aia”, avete ragione, se state pensando che sono confuso, avete ragione due volte, ma se invece volete sapere com’è ‘sto benedetto libro di cui vado cianciando, ebbene, da me non saprete altro. Amo troppo quell’incredibile capolavoro di Woobinda per pensare a un confronto. Farò come Fantozzi quando gli chiesero com’è finita la battaglia di Maratona: “Abbiamo pareggiato!”

NOTA: questo post è stato precedentemente pubblicato sulla meravigliosa fanza letteraria Senzaudio. Cosa? non conosci Senzaudio? Be’ tanto per cominciare puoi colmare la lacuna dando un occhio a Teorie e tecniche di indipendenza, l’antologia di racconti di Senzaudio.

Il servizio militare degli scrittori

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Un sacco di gente che si dà arie da scrittore o critico dovrebbe lavorare in libreria per un po’. Come una specie di servizio militare. Così capirebbero quanto è facile parlare di massimi sistemi o di quanto sia necessario leggere l’ultimo romanzo postmoderno di Stocazzovich pubblicato da Ciccibello Edizioni e quanto è invece difficile, complicato, faticoso convincere un lettore di una città di provincia a comprare, per esempio, un romanzo in edizione economica di Murakami o Vonnegut.